DALLA LEGA AL MARASMA

C'è qualcosa di simbolico intorno alla vicenda di Unicredit, primaria banca del Paese, negli scossoni che stanno avvenendo dentro di essa, con la vicenda della crescita della presenza dei libici, e, fuori di essa, con il complicato rapporto con le Fondazioni azioniste.
Per uno scherzo del destino proprio la banca più internazionalizzata del Paese sembra quella che più crudemente sta mostrando il marasma politico della seconda Repubblica, con la sua assenza di strategie, i suoi rapporti economici dettati per lo più da interessi privati o localistici, la incapacità di trovare, nelle mosse, un interesse generale comune sul quale indirizzare l'azione. Senza contare, per ora, gli errori di valutazione del suo management, che, in un momento complicato della storia della banca, ha visto Alessandro Profumo scivolare sia nel rapporto con le Fondazioni azioniste sia con le istituzioni preposte al controllo del sistema bancario.
Dunque, per riassumere, i libici, già presenti nella banca per via della fusione con Capitalia, salgono fino a diventare, se uniti insieme, i primi azionisti. Sono aiutati di fatto dalla berlusconiana santificazione del Colonnello Gheddafi, dagli intrecci di rapporti consolidati dei suoi affari e dalle sue amicizie personali, ed anche, c'è da dirlo, all'inizio, dall'improvvisa defezione della Fondazione Cariverona al primo aumento di capitale di Unicredit che costringe la banca a trovare un sostituto. Questa salita avviene all'oscuro delle istituzioni, Banca d'Italia e Consob, del suo stesso presidente, Dieter Rampl, con un Profumo imbarazzato nello scegliere se fare la figura di quello che sa e non dice e non avverte nessuno, o dello sprovveduto che non sa che cosa accade alla banca da lui governata.
Di fronte ad un problema che pone interrogativi complessi non solo sul futuro della banca, ma anche sulle regole che presidiano alla crescita di soggetti esterni nel sistema bancario, nasce un dibattito che mostra i limiti delle forze politiche che lo animano. In primis della Lega, che era partita proprio da Unicredit e dall'assalto alle Fondazioni, per mostrare la sua voglia di crescere nel sistema bancario. Non passa giorno che gli esponenti della più forte forza politica del Nord, si pronuncino sul futuro di Unicredit, sul ruolo delle Fondazioni azioniste, con prese di posizione che coprono tutto l'arco delle ipotesi possibili, spesso in contrasto fra loro, ma soprattutto senza che sia chiaro l'idea che ci sta dietro.
C'è il sindaco di Verona, Flavio Tosi, che si dice preoccupato dall'ascesa dei libici, perchè a loro, stranieri, non importa molto degli esuberi di personale o più in genere degli interessi locali. Dice un giorno che vorrebbe che la banca restasse italiana, a guida veronese, un altro minaccia che, non essendo chiare le strategie di Profumo, Verona potrebbe prendere altre strade. Come se fosse lui proprietario della partecipazione in Unicredit e lui tessesse le fila della finanza veronese e veneta.
C'è il presidente della Regione Luca Zaia, che boccia la scalata dei libici, vuole che Cassamarca resti in Unicredit, pur azzuffandosi quotidianamento con il suo presidente Dino De Poli, anche se la «Padania» (smentita) gli dice che quella quota sta per essere venduta proprio ai libici.
E infine c'è il leader maximo, Umberto Bossi, che risponde che i libici vanno bene perchè hanno i soldi, e le banche, si sa, afferma con catalaniana evidenza, si fanno con i soldi.
Un dibattito che fa rimpiangere quello dei tempi della scalata Antoneveneta quando almeno si discuteva di italianità delle banche e della presenza degli stranieri. Poi ci si accorse che dietro la nobiltà delle intenzioni e la difesa dell' italianità c'erano i «furbetti del quartierino». Qui, nella migliore delle ipotesi, c'è il marasma di idee dettato da un forza politica che ha forse chiarissimi gli interessi locali e del territorio, ma che non è capace di andare al di là di essa e di proporre un'idea unitaria che sappia rappresentare quelli generali di un Paese e tantomeno di un sistema finanziario.