Centosessanta veneti tra i Mille con Garibaldi

Italia Libera, Roma Libera, Venezia Libera e Giuseppe Garibaldi Liberatore. Non si tratta di slogan risorgimentali, ma dei nomi dati ai propri figli da Pietro Freschi, nato ad Altavilla Vicentina nel 1842, che ricorda in questo modo curioso il suo passato di garibaldino. Parlare di garibaldini veneti può lasciare perplessi coloro che faticano a collocare dei rivoluzionari in camicia rossa in un ambiente tradizionalmente moderato, amante dell'ordine e con una forte presenza cattolica. Senza considerare coloro che ancora oggi deplorano l'esito della guerra del 1866, rivendicando la totale estraneità del Veneto al processo di unificazione nazionale. Eppure sono molti i giovani che tra il 1859 e il 1866 oltrepassano clandestinamente il confine per arruolarsi nelle fila garibaldine allo scopo di 'fare l'Italia". Nella primavera del 1859 i veneti arruolati nei Cacciatori delle Alpi sono pochi rispetto ai lombardi (124 a fronte di 1.951 lombardi su un totale di 4.164 volontari, secondo le cifre raccolte da Anna Maria Isastia), ma il loro numero aumenta decisamente dopo la liberazione della Lombardia e delle Romagne, per la minore difficoltà ad emigrare. Secondo i dati forniti all'epoca sono 15.000 coloro che entrano a far parte dell'esercito della Lega dell'Italia centrale guidato da Fanti e da Garibaldi, e oltre 5.000 nel 1860 raggiungono il Generale in Sicilia; mentre durante la terza guerra d'indipendenza i veneti rappresentano i 2/3 degli arruolati nel Corpo dei Volontari Italiani su un totale di circa 38.000. Limitandoci all'ambito nazionale, bisognerebbe poi considerare coloro che prendono parte alle imprese irregolari (e quindi osteggiate dal governo italiano) di Sarnico (maggio 1862), Aspromonte (agosto 1862), Mentana (1867), o all'insurrezione friulana del 1864. Quelle che abbiamo sono quindi cifre incomplete ed indicative, ricavate in genere da testimonianze dell'epoca e spesso calcolate più per difetto che per eccesso: molti veneti ad esempio raggiungono la Sicilia senza ricorrere ai comitati di arruolamento e non si hanno notizie complete e certe sui morti.
Più precisi sono i dati riguardanti gli appartenenti alla spedizione dei Mille: il contingente veneto conta 160 partecipanti, provenienti da tutte le province (35 da Vicenza, 32 da Venezia, 25 da Treviso, 24 da Verona, 21 da Padova, 15 da Rovigo e 8 da Belluno) ed è secondo solo a quello lombardo (443). Si può infine ricordare che tra i Mille (per l'esattezza 1089) sbarcati a Marsala 61 risultano essere stati allievi dell'Università di Padova. Nel considerare questi numeri bisogna tener presente che lasciare il Veneto era tutt'altro che facile: la stretta sorveglianza esercitata dai gendarmi austriaci lungo i confini, le attese snervanti, le estenuanti marce a piedi (cosi faticose da spingere molti a desistere dall'impresa), la necessità di trovare delle guide affidabili e dei barcaioli disposti a traghettare i fuggitivi (alcuni giovani ad esempio perdevano la vita tentando di attraversare a nuoto il Mincio) sono solo alcuni dei problemi che gli aspiranti garibaldini si trovavano a dover fronteggiare.
Ma chi sono questi giovani disposti ad affrontare difficoltà e rischi non irrilevanti per combattere agli ordini di Garibaldi? Tra i nomi più noti possiamo ricordare Ippolito Nievo, che dopo aver combattuto con Garibaldi nel 1859 e nel 1860, muore nel naufragio del piroscafo Ercole mentre si reca dalla Sicilia in Piemonte per consegnare il rendiconto dell'Intendenza dell'esercito dell'Italia meridionale; Arrigo Boito, compositore, scrittore, giornalista e librettista, pronto nel 1866 ad arruolarsi tra i garibaldini insieme all'amico Francesco Faccio, anch'egli compositore e futuro direttore d'orchestra; e poi ancora Alberto Mario, giornalista e instancabile animatore del movimento democratico; Giorgio Manin, più noto come figlio di Daniele, anch'esso tra i Mille che sbarcano in Sicilia dove viene ferito due volte; Domenico Cariolato, combattente con Garibaldi fin dal biennio 1848-49 (quando è appena tredicenne) e suo fedele seguace in tutte le successive campagne; Luigi Cavalli, che dopo le campagne garibaldine si dedicherà alla vita politica, prima come deputato e poi come senatore del Regno. Ma ad indossare la camicia rossa non sono solo o prevalentemente gli appartenenti ai ceti sociali medio-alti (studenti, professionisti, letterati, possidenti) destinati, una volta finita l'esperienza garibaldina, a ricoprire ruoli importanti nella vita politica, amministrativa, sociale e culturale della nazione. Decisamente consistente è la presenza di artigiani, commercianti, operai, addetti ai servizi (domestici, facchini, vetturali), accanto ad una minoritaria, ma non del tutto assente, componente contadina. E non è solo l'estrazione sociale ad essere varia. Diverso è l'orientamento politico, che comprende mazziniani, repubblicani, democratici, moderati e monarchici; diverse sono le motivazioni, che spaziano dalla piena interiorizzazione degli ideali nazionali, incentrati sull'amor di patria e sul dovere di combattere e sacrificarsi per essa, a più pratiche ragioni economico- sociali (come il desiderio di migliorare le proprie condizioni sociali) fino alle più varie ragioni psicologiche ed esistenziali. Largamente condivisa è invece l'ammirazione per Garibaldi, l'eroe per antonomasia, affascinante, ribelle, coraggioso, disinteressato, simbolo vivente di patriottismo, sacrificio e abnegazione.

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