«Il birraio di Preston» spettacolo bello ma fragile

«Il birraio di Preston» è il più strepitoso romanzo di Andrea Camilleri. Racconta, con straordinario ritmo comico, il cuore di una Sicilia intrisa di mafia, intrigo politico, dispettosità, malfidenza, fantasia, compassione, ironia, paradosso, usando una lingua che si plasma sui personaggi e sulle vicende fino a identificarsi con esse. È un romanzo a tutto tondo, che nasce dalla passione per il raccontare, dalla capacità affabulatoria, dalla voglia di farsi ascoltare. Ecco che allora tradurlo in teatro sembra, a prima vista, insensato, perché il racconto non è rappresentazione. E tuttavia la messa in scena proposta al Verdi fino a domenica dallo Stabile di Catania una sua ragione d'essere ce l'ha. Perché nella cultura siciliana l'anomalia del racconto supportato dalla rappresentazione esiste da sempre, è anzi forse la forma di teatro più tradizionale, anche se affidata alle marionette e ad un narratore che, in tutti i sensi, muove i fili della storia. Ed è pensando a questa tradizione che lo stesso Camilleri, insieme al regista Giuseppe Dipascuale, ha adattato al teatro il suo romanzo. Ne è venuto fuori uno spettacolo che per quanto recitato da attori in carne e ossa ha un che del teatro di marionette, perché vive della contemporaneità di narrazione e rappresentazione, con la narrazione sempre in primo piano, affidata a Pino Micol (nella foto) che è puparo, ed in secondo piano la rappresentazione affidata ad attori che conservano l'eccesso delle marionette. L'operazione è intelligente, il lavoro sul testo accurato, gli attori, da Micol a Giulio Brogi passando per Mariello Lo Giudice Gian Paolo Poddighe e tutti gli altri, sono all'altezza. Eppure qualcosa viene a mancare. Quel che il romanzo necessariamente perde, passando dalla carta al teatro, non lo riguadagna in altre forme, in altri modi. L'alterazione del ritmo indebolisce l'espressività del testo: lo spettacolo è ben fatto, a tratti godibile e divertente, indubbiamente sopra la media per la ricchezza di toni, ma con una fragilità intrinseca, che tiene lo spettatore un po' a distanza, senza catturarlo fino in fondo.

(Nicolò Menniti Ippolito)