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Un cavaliere spagnolo per Telecom

A ondate le cronache finanziarie ripropongono indiscrezioni e soluzioni per quello che è diventato un caso nazionale: la sorte di Telecom, cioè del cuore delle telecomunicazioni italiane. Ieri è stato un quotidiano finanziario a rilanciare l’ipotesi che Telco, la holding che controlla Telecom, finisca nelle mani degli spagnoli di Telefonica, decretando così il passaggio in mani straniere del più importante operatore di telecomunicazioni italiano.
 A vendere sarebbero i tre azionisti italiani di Telco (i Benetton hanno deciso di sfilarsi da quest’avventura pagandone le perdite), Mediobanca, Generali e Intesa Sanpaolo, allettati da un prezzo che consentirebbe loro di uscire da Telecom senza troppi danni.
 A parte la smentita degli interessati, chiamati in causa dalla Consob, non si è registrata nessuna «indignazione» nazionale. Strano per un Paese, come l’Italia, e un governo come quello di Berlusconi, che si sono fatti in quattro per sottrarre ai francesi di Air France una compagnia semifallita come Alitalia. Anzi, si è registrato un fenomeno contrario: sindacati e qualche esperto hanno plaudito all’ipotesi. Meglio gli spagnoli che questo stato di incertezza perenne.
 Così la Befana ripropone un’annosa questione, cioè la sistemazione di un’azienda, come Telecom, sulla quale pesano i debiti di una privatizzazione sciagurata che ne hanno condizionato lo sviluppo e che l’hanno dotata di un azionariato incerto. Queste questioni di intrecciano con un’altra questione annosa italiana, e cioè il peso degli interessi nel settore delle società del presidente del Consiglio: lo sviluppo delle reti telefoniche si lega in maniera stretta a quello delle televisioni che su queste reti possono viaggiare.
 Non è un caso che a dicembre scorso, quando Mediaset, attraverso la sua controllata spagnola, Telecinco, ha comprato dall’editore del Pais (ricordate? quello che per primo pubblicò le foto delle ragazze di Villa Certosa) due delle più importanti emittenti spagnole, facendo di Berlusconi uno dei più importanti operatori in Spagna, c’è chi ha scommesso che questa sarebbe stata la premessa anche per una soluzione del caso Telecom. Del resto gli spagnoli hanno incassato più di un credito nei confronti degli italiani: oltre a dar loro partecipazioni nelle televisioni, hanno aperto la porta anche nell’energia con l’accordo Enel-Endesa. E nessun Paese, tantomeno «orgoglioso» come la Spagna, si svena invano.
 Così sono riprese le voci che vedevano una sistemazione dell’azionariato Telecom. In che modo è ancora tutto da decidere.
 Ma il problema è lì fermo, dai tempi di quella privatizzazione monca che ha portato azionisti fragili, insieme ad un cumulo di debiti, a gravare sul futuro della prima società di telecomunicazioni italiane. La storia di questi anni ha insegnato ciò che in realtà già si sapeva ai tempi della prima Opa Colaninnno e soci: e cioè che Telecom, come tutte le grandi società di telecomunicazioni, non può essere controllata da piccoli azionisti tanto più se squattrinati e cioè costretti ai debiti.
 Società così grandi o restano allo Stato, com’è il caso di Francia e Germania, o vanno al mercato, senza più essere ossessionate da azionisti che debbono mantenerne il controllo senza averne i mezzi.
 Oggi Mediobanca, Intesa e Generali non possono uscire, come hanno fatto i Benetton, senza perdite che sarebbero per loro insopportabili. Dunque o trovano a chi vendere ad un prezzo che è vicino a quello, assai elevato, pagato a Tronchetti Provera a suo tempo, o restano lì, ma costituiscono una palla al piede di una società che è bloccata dai debiti e avrebbe bisogno di mezzi finanziari per svilupparsi. Gli unici che potrebbero essere interessati a comprare potrebbero essere gli spagnoli: e qualcuno li vede come benvenuti visto che almeno un interesse industriale ce l’hanno.
 Tuttavia una vendita pura e semplice sembra oggi improponibile politicamente. Così si cercano soluzioni intermedie che salvino la faccia insieme gli interessi degli azionisti italiani, sia che siano quelli delle banche che non possono perdere altri soldi, sia di chi, come Mediaset, tende a mantenere un qualche controllo su una rete che potrebbe fare concorrenza alla sua tv. La battaglia è ancora lunga e rischia di consumare lentamente anche il destino di quella che una volta era una delle società di punta del panorama industriale italiano.