La lingua da scegliere per lo sviluppo urbanistico di Padova


La proposta di introdurre l'insegnamento del dialetto, o lingua veneta, nelle scuole del Veneto ha la stessa logica di quando si decise l'insegnamento dell'italiano in Italia, del tedesco in Germana, il francese in Francia, lo spagnolo in Spagna...; tutti paesi nella nostra stessa situazione: senza una lingua-Stato e quindi inventata alla bisogna (nazionalistica).
Vale anche per il linguaggio urbano, per come una città parla o potrebbe parlare? Dapprima: dialetto o lingua? Per alcuni, tecnicamente, la distinzione è impossibile se non in termini di quantità, raggio d'influenza: se un idioma lo si parla in pochi è un dialetto se in molti è una lingua; ragionamento che, fra l'altro, declasserebbe a dialetto perfino l'italiano data la sua relativa diffusione sul pianeta (fa più il latino); dunque la faccenda è di pura strumentalità politica, di potere: serve a fare 'nazione", fare numero, o, al peggio, 'baionette", evidentemente ritenute ancora e sempre buone; sempre buone perché non si sa mai che si abbia da rivolgerle al vicino di casa, al diverso, verso chi abita a pochi chilometri da un segno sul terreno che delimiti, delimiti il suolo patrio, la nazione che, com'è noto, non va confusa con lo Stato (possiamo fare più nazione con San Paolo do Brasil - tanti italoveneti - più che con Bozèn).
E per questo pure si dovrebbe dire ben venga a un federalismo linguistico come antidoto al sorgere di un sempre possibile nazionalismo. Infatti, la lingua fa parte dello strumentario con il quale sui banchi di scuola lo Stato forma i cittadini e lo vuol fare con lo stesso strumentario con cui ieri si volevano formare i sudditi: si è passati dalla fabbrica dei sudditi a quella dei cittadini tenendo in pedi le stesse catene di montaggio in cui passano solo pezzi culturali prefabbricati dal senso (pre) determinato e (pre) concluso. Già, perché il dilemma, la distinzione/confusione fra dialetto e lingua, cominciava/cia nella scuola, la stessa che va a registro con versioni ufficiali di testo più che di testa - ben oltre e al di fuori dai significati - fra le quali, la più viva era, appunto, la questione lingua/dialetto. Scuola nella quale si approfondiva la questione sostenendo che il veneto non è una lingua perché non ha una struttura sintattica complessa, e anche perché non esprime e sviluppa l'intelletto, l'astrazione dal reale (vuoi mettere greci e latini, per dire); ovvero che non è una lingua perché fa riferimento solo al quotidiano tàsi e tira: solo al concreto tramando dell'esperienza e non alla cosa più leggera che ci sia: la 'leggerezza del pensiero" (direbbe Pierino).
Se la cosa è comprensibile a livello istituzionale - cioè che una lingua serva per strutturare uno Stato - lo è meno in quello amministrativo (che dovrebbe occuparsi di fare di un uomo un cittadino da e per la città) nella parte in cui si discute della disposizione urbanistico/tipologica, morfologia, e di come fare l'analisi logica del linguaggio urbano quotidianamente 'parlato" in tutti i settori dell'attività, di proposta e di progetto, di modifica dell'ambiente urbano, del costruito.
Livello in cui si dovrebbe mettere in discussione come si fa o come si potrebbe far parlare la città del futuro.
Padova - che ama sopra ogni cosa l'aritmetica, far di conto - che voto piglia in lingua urbana: che lingua parla? Parla in ciccara: una lingua estemporanea e traballante tendente al moderno che insegue l'attualità senza dominarne la sintassi, una lingua come quella con la quale i nonni parlano ai nipotini di cui seguono amorevolmente ogni movimento con 'òccio che cadi" e premura con 'dàme quèla nocce che te la schiccio". Nella forma urbana questo passaggio strutturale, formale e stilistico, è leggibile nel centro storico, in cui dal dialetto autoctono - parlato fino all'Ottocento - alla lingua si è passati prima attraverso il francese dell'Eclettismo - quello del rettifilo da piazza Garibaldi alla stazione della ferrovia-, poi per l'imperial-romanesco di piazza Insurrezione, poi con lo slang americano dell'ex Conciapelli per finire con l'International-style di piazza Cavour.
Lettura, quindi, perché la città parla e dunque va considerata un testo descrittore; da qui si apre che il tema del linguaggio urbano parlato dalla città dovrebbe essere nei dibattiti sul futuro urbano messo ben primo, e in tutti gli schieramenti: vuoi per rafforzare la lingua nazionale, regionale, internazionale, o anche una del tutto nuova che potremmo inventare da noi stessi: un linguaggio che comunque parli di noi in termini chiari, che dica ai visitatori di essere arrivati e stati a Padova.

Bepi Contin