Senza Titolo

Sono questi i vostri 'capitali silenziosi" al servizio del non-profit, snobbati dalla grande finanza?
«Sono investimenti basati sulla trasparenza totale. Chi ci affida i propri denari può seguire il percorso del suo risparmio perché noi diciamo come vengono impiegati i fondi dati alle persone giuridiche e cosa producono. L'ottimo indice delle sofferenze dimostra l'importanza del capitale fiduciario, delle relazioni personali che instauriamo con chi finanziamo e che valgono più di tante analisi statistiche».
Il conto economico dovete pur farlo quadrare...
«La sostenibilità economico-finanziaria non deve mai mancare, ma le nostre valutazioni prendono in considerazione anche altri parametri: se un'iniziativa crea o meno inquinamento, se crea occupazione, se il soggetto adotta principi di trasparenza sotto il profilo della governance. Abbiamo avuto casi di iniziative con un'ottima valutazione sotto il profilo finanziario, ma carenti sotto quello ambientale e non lo abbiamo accettato».
La crisi della finanza mondiale esalta oggi per contro il vostro modello. E' una scommessa definitivamente vinta?
«Certamente il 2008 ha visto una crescita importante di Banca Etica, tanto sul fronte della raccolta che degli impieghi, una crescita costante fino ad ottobre e accentuata negli ultimi mesi in modo significativo. La crisi del sistema bancario ha giocato allora a favore nostro perché ci è stato riconosciuto il fatto di non aver investito in titoli tossici, di non aver creduto nella finanza speculativa. Ci è stato riconosciuto il ruolo di banca tradizionale, che non è certo morta, anzi, si è visto che offre maggiori garanzie ai risparmiatori».
Quali soluzioni intravedete allora per superare l'attuale momento?
«Alessandro Profumo lo ha detto più volte: questa non è solo una crisi di liquidità, è piuttosto una crisi di fiducia tra gli operatori di fronte ad un modello economico. Ma è anche una crisi di fiducia dei cittadini di fronte ad un modello di consumo che mette in evidenza tutti i suoi limiti. Se ci concentriamo solo sul voler incrementare i consumi difficilmente si uscirà da questa situazione, abbiamo bisogno piuttosto di un riorientamento nello sviluppo. Come dice il professor Yunus, l'inventore del microcredito, il banchiere dei poveri, dobbiamo riorientare le attività in modo deciso, importante, per uscire da questa crisi».
Non si può ignorare però che viviamo in un mondo globalizzato...
«Nessuno lo nega, ma la logica della trimestrale ha portato a stressare troppo le situazioni e i manager a cercare l'utile di breve. Ognuno si muove sul territorio dove vive. Per questo è importante la rete fiduciaria e i risparmiatori hanno ormai capito se la proposta di un prodotto è fatta per il loro bene o solo per quello della banca».
Banca Etica, nell'anno della crisi mondiale, diventa oggi un caso: il piccolo ha battuto il grande.
«Questa crisi ci dice che la dimensione non è più sinonimo di sicurezza e che ci vuole una regolamentazione. Noi non vogliamo essere predatori, abbiamo il nostro piano di sviluppo, ma puntiamo soprattutto sul recupero di efficienza, sull'uso a distanza di banca e su uno stile orientato sulla sobrietà».
Su quali settori state maggiormente puntando oggi?
«Sulle energie rinnovabili, abbiamo finanziato molti impianti fotovoltaici. I nostri studi ci dicono che l'energia sarà un settore fondamentale e abbiamo elaborato nuovi prodotti per questo settore, come crediamo nell'agricoltura biologica, nel mangiare sano».
Come è stato l'inizio del 2009?
«Come detto, in forte crescita sugli impieghi nei primi due mesi. Sotto il profilo economico il calo dei tassi non aiuta una banca che vive prevalentemente sui margini di interesse. Noi abbianmo adottato misure per recuperare efficienza e un'organizzazione che consente l'equilibrio economico. Sarà un anno difficile certo, ma chiuderemo ancora in utile. Nel 2008 abbiamo dimezzato l'utile netto che andrà tutto a riserva: si risente del calo dei tassi e degli investimenti prodotti nel 2008. Ma la banca è ben patrimonializzata: ha 22 milioni di capitale sociale e l'utile del 2007 lo scorso anno è andato a sovraprezzo dell'azione».
Quanto guadagna il manager Mario Crosta che in dieci anni ha vinto questa scommessa?
«Ha la paga di dirigente, come gli altri e come il presidente: 4 mila euro netti al mese. E senza stock option».
Nel 2007 Matteo Arpe, ex a.d. di Capitalia poi finita in Unicredit, ha percepito 37 milioni; Cesare Geronzi, il suo presidente, 24 milioni. Alessandro Profumo, a.d. di Unicredit, 9,4 milioni; Corrado Passera 3,5 milioni.