L'Atene d'Africa è Cirene scrigno archeologico delle civiltà greca e romana


L'Atene d'Africa ha i profumi mediterranei, i colori della costa di Libia e il fascino dell'archeologia non ancora esplorata. A poco più di un'ora d'aereo da Roma e due ore d'auto da Benghazi - seconda città della Libia - ecco Cirene, uno dei siti archeologici più inaspettati e luminosi del Mediterraneo, non ancora violentato dal turismo di massa. Un tempio di Zeus quasi intatto, delle dimensioni del Partenone e del gran tempio di Olimpia. Teatri greci e romani, un Ginnasio con misure da stadio (100 metri per 125), statue di rara bellezza, pavimentazioni a mosaico, necropoli che occupano intere colline.
Cirene era nel IV secolo avanti Cristo una delle città più potenti dell'area mediterranea, alla pari di Atene e Roma, grazie anche alla sua felice posizione geografica. Una città «dal cielo forato» la descriveva Erodoto, a significare l'abbondanza di precipitazioni di quella terra magica e fertile, in cima alla collina a pochi chilometri dal mare. Ulivi, grano in quantità e una pianta dai poteri miracolosi, il Silfio, divenuta il simbolo dell'intera regione. E poi la costa, vicinissima, ben protetta dalle invasioni dell'interno, dove in posizione strategica per i traffici era sorto l'antico porto di Cirene, Apollonia.
Fondata nel 631 avanti Cristo dai coloni di Thera (Santorini), mandati a conquistare nuove terre dall'Oracolo di Delfi, patria di letterati e poeti illustri come Callimaco, Cirene ha visto nei secoli alternarsi dominazioni diverse. I Greci e poi gli egiziani, i Persiani, I Macedoni di Alessandro Magno, i Romani. Fino agli Italiani, sbarcati qui nel 1910, tornati a conquistare Cirenaica e Tripolitania durante il fascismo.

Colline e tesori

Sotto le verdi colline di Cirene sono custoditi tesori inestimabili, architetture e statue quasi intatte, testimonianze di un passato stratificato dalle invasioni. Statue e frammenti di architetture imponenti sono stati recuperati e rimessi al loro posto e ora continuano a venire alla luce, grazie al lavoro infaticabile della Missione archeologica italiana, coordinata dal professor Luni dell'Università di Urbino. Un'équipe di studiosi tutta italiana, di cui fa parte anche il docente veneziano Lorenzo Lazzarini. Il gruppo opera in Libia da almeno trent'anni, in stretta collaborazione con la soprintendenza e il Dipartimento delle Antichità di Tripoli. Ora gli studiosi che hanno dedicato una vita alla scoperta degli antichi insediamenti greci e romani a Cirene vedono premiato il loro prezioso lavoro con scoperte entusiasmanti. Come il «Teatro 5» appena scavato, un gruppo di statue di scuola ellenica distrutte da un improvviso terremoto e rimaste per secoli nel loro sito.
Quasi tutto il lavoro archeologico fatto in Libia è merito degli italiani. Non soltanto in Cirenaica, ma anche in Tripolitania, quando furono gli occupanti mandati da Mussolini a scavare e catalogare le meraviglie di Leptis Magna e Sabratha. Ma se di questi centri della Romanità - che l'imperatore Settimio Severo, originario di quelle terre volle splendide e ornate di marmo, fatto venire apposta dalle cave del Mediterraneo - qualcosa si è studiato, Cirene è una meraviglia inattesa, poco visitata e ancora in gran parte da scoprire.
Il governo libico del colonnello Gheddafi, dopo la cacciata degli stranieri in seguito al colpo di stato del 1969 e un embargo deciso dagli americani e durato vent'anni, ha intensificato i suoi rapporti culturali con l'Italia e le sue Università. Il Paese della Repubblica araba islamica di Jamahirya si apre ai commerci, ma soprattutto al turismo culturale e agli accordi di collaborazione culturale con i Paesi amici.
Un territorio immenso (un milione 750 mila metri quadrati, il terzo paese d'Africa dopo Algeria e Sudan), cinque milioni di abitanti concentrati per il 90 per cento nelle due regioni costiere (la Tripolitania, a est del Golfo della Sirte e la Cirenaica, alla stessa longitudine di Creta e a meno di mezz'ora di volo dalla Sicilia), due milioni di immigrati che arrivano dai paesi più poveri del Centro Africa in cerca di lavoro, la Libia ha avuto nell'ultimo anno 70 mila visitatori, compresi coloro che vengono per lavoro. 70 mila, meno di quanti ne arrivano in un giorno per il Carnevale di Venezia. La Libia ha 1800 chilometri di coste incontaminate, senza cemento. Un mare limpido come quello della Sicilia, un clima ideale e un popolo ospitale e gentile. E siti archeologici da fare invidia alla Valle dei Templi, in gran parte ancora sotto la terra.
Abdul Ahmed è un signore di mezza età dai modi gentili che da quasi mezzo secolo lavora nei siti alla scoperta di nuovi tesori, che vengono classificati e catalogati con cura. Oggi fa la guida d'eccellenza per conto delle agenzie italiane che organizzano i viaggi culturali nelle meraviglie della Cirenaica e insegna ai giovani i segreti del mestieri. E la passione per un lavoro che non guarda solo al passato ma può rappresentare il futuro economico del Paese.
Nel 1957 fu Sandro Stucchi, insieme a Lidiano Bacchelli e Nicola Bonacasa, a cominciare il grande lavoro di ricostruzione delle meraviglie greche e romane sepolte sotto la Verde collina. Ecco allora l'anastilosi del tempio di Zeus, e le colonne rimesse in piedi e gli scavi che hanno portato alla luce la fonte di Apollo, il tempio di Demetra e Kore, le tombe e i bagni pubblici, poi trasformati dai romani, gli splendidi mosaici della Casa di Giasone Magno, gran sacerdote del tempio di Apollo. E poi Il Ginnasio, trasformato anch'esso dai Romani in Foro Cesareo, la via colonnata dove ancora si ammirano intatte colonne e cariatidi di rara bellezza.
Un lavoro enorme, ma comunque appena all'inizio. Basta vedere la vastità silenziosa dei terreni ancora da esplorare. Con il teatro greco, distrutto da un devastante terremoto duemila anni fa, rimasto come in un'istantanea del momento del crollo. E l'immensa quantità di statue di elegante fattura, solo in parte recuperate e custodite nel piccolo museo di Cirene in attesa di restauri.

La testa di Zeus

Da ammirare un esemplare rarissimo di sfinge su colonna dorica, statue del periodo classico e di Alessandro Magno, la testa di Zeus ritrovata intatta alla base del tempio.
Una richezza enorme, che ora deve fare i conti con il grande problema della cultura del restauro e della vigilanza. Il sito archeologico è stato inserito dall'Unesco tra quelli protetti. Patrimonio dell'Umanità. Ma non ci sono soldi per finanziare le campagne di scavo, i monumenti non sono nemmeno recintati, vengono spesso riparati con cazzuola e cemento. «Il grande problema - dice il signor Ahmed - è che mancano le nuove leve, artigiani e restauratori».
L'Atene d'Africa ha bisogno dell'Europa. Che ha il dovere di esportare in Libia, destinata a diventare una mèta archeologica di prima grandezza, cultura e tecnologia per conservare un patrimonio davvero unico al mondo.

Alberto Vitucci