Un professore tra le reliquie di Costantinopoli

di Nicolò Menniti-Ippolito Nel titolo, "La reliquia di Costantinopoli" (Neri Pozza pp 590, 18 euro), ci sono i due ingredienti essenziali: da un lato la città di Costantinopoli e la sua caduta per mano turca nel 1453; dall'altro la grande caccia alle reliquie della Passione, che a lungo ha affascinato l'Occidente e l'Oriente cristiani. Un romanzo storico, insomma, all'insegna del ritmo, dell'avventura, della ricostruzione fedele e minuziosa. L'autore è Paolo Malaguti, padovano, poco più che trentenne, docente di Lettere nei licei. Non è il suo primo libro: a scoprire le sue doti di narratore storico è stata la trevigiana Santi Quaranta con "Sillabario Veneto" e "I mercanti di stampe proibite". Ora il passaggio a uno degli editori maggiori e con un'opera solida e ambiziosa: «Sono molto contento di aver pubblicato i primi libri con Santi Quaranta» racconta Malaguti «perché era l'editore giusto per le vicende di storia locale che raccontavo. Questa volta, invece, l'ambientazione era diversa e quindi ho cercato un editore che avesse un mercato più ampio». Paolo Malaguti è nato a Padova ma è diventato scrittore andandosene via. «In realtà» dice «ho sempre scritto per piacere mio. Quando per motivi di lavoro mi sono trasferito in una paese delle Pedemontana, in provincia di Treviso, ho pensato che un modo per inserirmi nella nuova comunità fosse studiare la storia di quei luoghi e cominciare a scriverne». Così è nato per esempio "I mercanti di stampe proibite" che racconta l'epopea dei venditori delle valli tesine delle stampe bassanesi dei Remondini, ma con "La reliquia di Costantinopoli" l'obiettivo è diverso anche se il genere rimane quello del romanzo storico: «La scelta di scrivere romanzi storici nasce da due esigenze diverse. La prima è la mia passione per la storia, per la documentazione, per il lavoro di ricerca; la seconda è che raccontare la contemporaneità mi sembra molto più complesso, si rischia facilmente di cadere nella ovvietà». Ecco allora un libro di storia ma anche di azione. «I libri di avventura, come "L'Isola del tesoro" o "Moby Dick"» dice lo scrittore «mi hanno sempre affascinato. Ci sono in questo libro citazioni esplicite da "Il corsaro nero", ma anche da Stephen King. Poi, forse perché sono insegnante, credo che alleggerire i fatti storici con una trama avvincente possa spingere in avanti il lettore». Protagoniste del libro sono le reliquie, grande passione, anche commerciale del Medioevo. «Il primo impulso per scrivere il libro» continua Malaguti «è venuto dalla voglia di raccontare il culto delle reliquie. Ricercando su quell'argomento sono letteralmente inciampato nelle reliquie della Passione conservate a Costantinopoli. Da lì è nata l'idea di ambientare la storia durante l'assedio finale, un episodio rimosso dalla cultura occidentale e invece ben vivo per i turchi che continuano a celebrarlo». E se sulle reliquie è imbastita la fiction, assolutamente vera è l'ossessione per questi oggetti, non solo nel Medioevo. «Da vecchio arcellano» dice Malaguti «ricordo ancora i miei nonni che raccontavano come l'Arcella si fosse opposta in armi per evitare che le reliquie di Sant'Antonio venissero portate dentro le mura cittadine, perché assicuravano salute, protezione, erano una presenza sentita come vitale». Ecco allora che la caccia alle reliquie della Passione diventa protagonista del libro, che presenta inserti in veneto e anche in lingua giudeo-veneziana. «Inizialmente avevo cominciato a scrivere in una lingua fortemente veneta, sulla scia della bellissima cronaca dell'assedio scritta da un testimone come Nicolò Barbaro. Poi mi sono accorto che la lettura sarebbe diventata troppo complessa per i non veneti, ma d'accordo con l'editore non ho rinunciato completamente al veneziano. Per uno dei personaggi principali, Malachia Bassan, ho invece utilizzato una lingua un po' ebraica e un po'veneziana, il cui uso è attestato a Venezia anche prima della creazione del Ghetto. Mi interessava utilizzarla anche perché ha espressioni icastiche che credo funzionino bene in un romanzo come questo».