Testa e passione Da Re, il dottore prestato al calcio

di Stefano Volpe wPADOVA In un mondo che urla, impreca e si infanga sempre più, la faccia pulita, il sorriso sincero e i modi gentili di Emilio Da Re, hanno la forza di un ricostituente per provare a credere ancora al lato romantico del calcio. Quello che ha permesso a un ragazzino di Vittorio Veneto con il pallino dell'economia, di diventare una bandiera in uno degli stadi più affascinanti degli anni '80. Ora Emilio Da Re ha 54 anni, da 20 fa il consulente finanziario, nel mondo del calcio non ci ha più voluto mettere piede, ma non rinnega una passione capace di stravolgere la sua vita. Tutto ha inizio quando... «A 15 anni giocavo più a tennis che a calcio. Poi un problema alla schiena mi ha costretto ad abbandonare la racchetta e così mi sono dedicato solo al pallone, con la squadra della mia parrocchia. Tra le fila del Santa Giustina di Vittorio Veneto ho esordito in Terza Categoria, prima di andare al Conegliano in serie D. A quel tempo il calcio era solo una fortissima passione, nulla più». Cos'era più importante? «Lo studio. Ho frequentato il liceo scientifico e mi sono iscritto a Economia a Venezia. Era quel che volevo fare». Il pallone sembra quasi d'intoppo. «Lo è stato quando mi sono trasferito a Campobasso. Nel Conegliano non potevo più stare, impostavano una squadra giovanissima e il Cambobasso, in C/1, mi aveva fatto una buona offerta. Gli ingaggi non erano paragonabili a quelli di oggi, ma già allora nessun coetaneo si poteva permettere uno stipendio come il mio». Fu un mordi e fuggi. «Non potevo frequentare l'università. Amavo giocare ma, per varie circostanze, appena si è presentata l'offerta della Mestrina, l'ho accettata, seppur sia dovuto scendere in C/2». Non capiva che il calcio poteva diventare un lavoro? «A quel tempo no. Pensate che nel periodo degli esami la società mi permetteva di saltare gli allenamenti per studiare. Stavo preparando il mio futuro nel mondo della finanza». Non aveva fatto il conto con il suo talento, notato dal Padova neopromosso in C/1. «La prima cosa che pensai quando mi arrivò la proposta biancoscudata fu: che bello, così posso tornare a frequentare gli amici del liceo che fanno l'università al Bo. Poi alla prima gara all'Appiani, nel 1981, mi trovai di fronte una muraglia di 15 mila persone, che di questi tempi non si vedono nemmeno nei campi minori di serie A. Impressionante». Ci siamo? «Quasi. Ho veramente capito di essere un calciatore dopo la promozione in B del 1983. La città attendeva da 20 anni questo evento, c'era un entusiasmo pazzesco. In più dovetti rallentare il mio percorso di studi». Questo non ce lo saremmo mai aspettato da lei. «Fino a quando giocavo nella Mestrina ero sempre stato in regola con gli esami. Arrivai a Padova che mi mancavano due anni alla laurea, ma finii dopo tre e mezzo. Il professore con il quale stavo preparando la tesi riceveva solo il sabato. Così i mesi prima della laurea, la società mi permetteva di saltare l'allenamento di rifinitura per andare a Venezia. Non credo succederebbe anche nel calcio moderno». Le sue prestazioni non ne risentirono visto che nella stagione 83/84 fu votato miglior calciatore biancoscudato. «Sì, fu veramente una stagione ottima e a marzo dell'84 riuscì a laurearmi con una tesi sul rapporto di lavoro del calciatore professionista». Proverbio abusato: dalle stelle alla stalle. L'anno successivo il Padova si macchia dell'illecito che costa la retrocessione in C/1. Cosa ricorda? «Potrei scrivere un libro su quel campionato. Ne ho viste di tutti i colori e il paradosso di quell'annata è che l'unica squadra che aveva sempre subito torti di varia natura, ovvero il Padova, è stata l'unica ad essere penalizzata per la sola partita che, effettivamente, ha aggiustato, contro il Taranto. Ci allenavamo al massimo, da gennaio in poi andavamo in ritiro il giovedì, per poi vivere la domenica tante situazioni spiacevoli. Ciò che ho visto quell'anno tra arbitri, dirigenti e giocatori è stato pesante». Salto al futuro: che ha pensato quando è scoppiato l'ultimo scandalo del calcioscommesse? Ci risiamo? «Ho pensato che fosse ciclico. Sono scoppiati tanti scandali in Italia e dopo che emergono il calcio si ripulisce. Lo notai con i miei occhi quando tornammo in B nell'87. Ma purtroppo il marcio c'è dappertutto. Ai miei tempi c'era il totonero, ora le scommesse sono legalizzate ma quel che mi fa più specie è che anche i calciatori puntano. I giocatori corrotti, invece, ci sono sempre stati. Il marcio c'è dappertutto, non solo nel calcio che resta un grande sport. Ma per essere migliore deve migliorare l'intera società in cui viviamo». Non ha mai pensato di smettere per questo? «Sì, proprio l'anno in cui siamo retrocessi a tavolino. Mi sentivo impotente perché se vai a denunciare sei fatto fuori, basta vedere quel che è successo a Farina che adesso è dovuto emigrare in Inghilterra. Poi però ha prevalso la passione. Avevo pensato di lasciare Padova, non trovavo giusto pagare sulla mia pelle quel che fosse successo. Tanti compagni se ne erano andati, io però avevo un contratto pluriennale e a settembre cambiò la dirigenza e il Padova mi convinse a riprenderci quel che ci era stato tolto». Ci riusciste due anni dopo. «Una grande soddisfazione. I miei ricordi più belli in biancoscudato sono legati a due promozioni molto sentite. La prima perché mancava da 20 anni, la seconda perché è stata la sensazione di ritornare dove era giusto che fossimo, riprendendoci un'ingiustizia». Nel 1989 l'addio al Padova. «Dopo qualche screzio con la società scelsi di concludere la carriera a Trento, dove potevo anche iniziare a imbastire il lavoro che faccio tuttora». Poi però è tornato qui. «Si perché anche mia moglie si era ambientata e nel mio lavoro avere tanti contatti, come ne avevo a Padova, era fondamentale». Quanta gente con cui ha a che fare ora, la riconosce? «Succede ogni giorno, anche da persone di un certo livello che mi confessano: "da piccolo venivo sempre a vederti". Padova ha un tifo caldo, giocare all'Appiani mi ha dato gratificazioni uniche. Nel 1984 rientravo da un lungo infortunio e il sabato di Pasqua, quando il mister mi mise in campo gli ultimi minuti, 18 mila persone urlavano il mio nome. Da brividi». Non ha mai voluto provare questi brividi da dirigente? «Ho avuto qualche proposta in passato ma l'ho declinata. Ho sempre cercato stabilità e il calcio non te la può dare: oggi sei in una città, domani in un altra. Non fa per me». Di amici in questo mondo ne ha ancora? «Si, un nome su tutti: Fabrizio Salvatori. Per anni abbiamo condiviso la stessa camera, sono stato felicissimo che sia tornato a Padova. Ho sempre tifato biancoscudato, ora ho un motivo in più. Allo stadio vado 3-4 volte l'anno». Da consulente finanziario, cosa dice: possiamo sognare uno stadio nuovo a Padova? «La crisi è peggiore di quella del dopoguerra. Serve uno stadio vivibile 7 giorni su 7, ma in Italia solo grandi piazze come quella juventina se lo possono permettere. Credo che Padova sia già fortunata ad avere una società solida». Andiamo lontano sei diciamo che ha fatto il calciatore quasi per caso? «No, qualche esempio lo può testimoniare: in parrocchia giocavo con Carlo Osti, durante una partita ci nota il Conegliano e ci chiama per un provino. Lui va, io non mi presento, cedendo alle loro lusinghe solo un anno dopo. Dalla Mestrina potevo andare in B, ma accettai Padova per rivedere i miei amici. Potevo anche arrivare in A, avevo avuto qualche offerta ma non avendo un procuratore lo seppi solo a carriera finita. Nel calcio però ho messo passione ed impegno enormi. L'ho sempre visto come una cosa importante ma mai come una ragione di vita. Per questo non rimpiango di non essere stato in A».