Il Veneto è fanalino di coda nell'utilizzo dei fondi europei

VENEZIA Il Veneto aspira a svolgere un ruolo protagonista nello scacchiere dell'Unione ma i suoi attori, pubblici e privati, si manifestano incapaci di utilizzare adeguatamente i fondi europei a gestione regionale e di concorrere ai bandi di Bruxelles a gestione diretta. È l'amara constatazione emersa dalla seduta consiliare dedicata all'accoglimento di norme e regolamenti dell'Ue, aperta da una relazione di Nereo Laroni (il presidente della commissione eruopea) che ha documentato, in particolare, due criticità.La prima riguarda l'adozione della banda larga: «Abbiamo creato autostrade informatiche prive di uscita perché l'assenza di una diffusione capillare della fibra ottica impedisce ai distretti, dalla zona industriale di Padova al polo della Riviera del Brenta, di usufruirne. Manca tuttora il soggetto di collegamento tra infrastruttura pubblica e fruitore privato». A seguire, il capitolo dolente (per il Veneto s'intende) dei fondi che l'Unione stanzia per progetti strutturali di innovazione e ricerca funzionali allo sviluppo; un budget di 59 miliardi e mezzo dal quale, l'anno scorso, la nostra regione ha attinto non più di 222 milioni. Briciole, sì, che relegano il "cuore del Nordest" a fanalino di coda della graduatoria, preceduto non soltanto dalle tradizionali macroregioni (Île de France, Baviera, Catalogna) ma anche da Lazio, Toscana, Piemonte, Emilia-Romagna e Lombardia. «Eppure», sospira Laroni «i fondi disponibili costituirebbero una boccata d'ossigeno preziosa per la nostra economia». Già. Filippo Tosatto