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ULTIMO AVVISO AI PARTITI

di FRANCESCO JORI La ricreazione è finita. Da ieri sera, con l’esito dei ballottaggi, il vecchio sistema dei partiti si trova di fronte a un quadro ancora più netto di quindici giorni fa. Il centrosinistra vince quasi dovunque; ma il Pd vede affermarsi nei centri principali, Genova e Palermo, un candidato non suo: come già l’anno scorso a Milano e Napoli. Il centrodestra va in briciole: il Pdl cede una serie di piazze storiche, da Como a Lucca.La Lega perde tutte e sette le sfide. I grillini si impongono come il fatto nuovo, espugnando Parma e altri due centri (Mira e Comacchio). Quel che più conta, tutto ciò avviene in un vistoso disinteresse: solo un elettore su due è andato alle urne. La politica, questa politica, si rivela sempre più un fatto di minoranza. Il Veneto segue lo stesso registro, con qualche significativa variante. Il successo del Pd a Thiene e San Giovanni Lupatoto è controbilanciato dallo schiaffo di Belluno, dove il dissidente sconfigge nettamente la candidata ufficiale del partito. Il Pdl si consola con le vittorie di Conegliano, Vigonza e Cerea; che però non bastano a compensare la débacle del primo turno. La Lega esce di scena a San Giovanni Lupatoto e soprattutto a Thiene: dove viene estromesso il sindaco uscente, che è pure segretaria del Carroccio vicentino.Funziona a Jesolo la formula simil-Monti con l’affermazione del candidato Pd-Pdl-Udc. Il dato più clamoroso è quello di Mira,da 60 anni storica roccaforte della sinistra, dove il portacolori grillino sconfigge il sindaco uscente, recuperando rispetto al primo turno uno svantaggio di oltre 25 punti. Nell’insieme, tra astensione di massa ed effetto-Grillo, scade definitivamente il tempo che il vecchio sistema si è fin qui preso per rinviare l’ora delle decisioni vere. Che adesso incombono, a partire dalla data delle elezioni politiche: in autunno, o a primavera 2013? E tuttavia non saranno cinque o sei mesi a fare la differenza. Il nodo è la legge elettorale. Se ci si aggrappa al Porcellum, il principale punto negativo è rappresentato non tanto dal mancato voto di preferenza, quanto dallo spropositato premio di maggioranza: che comunque non garantisce a chi vince di governare, come ha sperimentato il centrodestra in questa legislatura. Se invece si vara una nuova legge, la questione non è tanto della formula adottata, ma della sua gestione successiva: cattivi partiti snaturano anche le migliori regole. Si possono pure reintrodurre le preferenze; ma siccome le liste le fanno comunque gli apparati di partito, imponendole in larga misura dall’alto (Lusi docet…), non fa poi una gran differenza se l’elettore si trova a scegliere nella scheda tra una testa di legno unica, o più teste comunque di legno. Ci vorrebbero quanto meno le primarie, naturalmente di quelle genuine e non pilotate. Ma ancora non basterebbe: una vera riforma elettorale non può andare disgiunta da altre misure, dai poteri del premier al superamento del bicameralismo perfetto. E soprattutto, da un radicale turn-over dell’attuale ceto politico, a partire da quello di vertice. C’è da dubitare che il manipolo di satrapi che tengono in ostaggio gli attuali partiti siano in grado di mettere mano a un riordino così radicale: a loro interessa la sopravvivenza propria, non delle istituzioni. Il guaio è che chiunque vinca (e oggi come oggi tutto lascia credere che toccherebbe al centrosinistra) si troverà alle prese con difficoltà colossali, se non insormontabili. Perché dovrà proseguire la linea del rigore adottata dai professori di Monti, magari ammorbidendola un po’: e in tal caso il governo sarebbe destinato a sfasciarsi in pochi mesi. Oppure tornerà all’allegra e irresponsabile gestione del pre-Monti. Ma in tal caso a sfasciarsi sarebbe il Paese. ©RIPRODUZIONE RISERVATA