Appello per il dottor doping

L'ozonoterapia per autoemotrasfusione? Una pratica non dopante applicata nei confronti di atleti - come una nuotatrice quindicenne con aspirazioni da campionessa - solo per curare una semplice dermatite. Il dottor Enrico Lazzaro, il sanitario di Montegrotto noto come «il dottor doping», ha insistito sulle sue posizioni davanti al Tas di Losanna, il Tribunale sportivo arbitrale cui compete l'ultimo grado di giudizio rispetto alle sentenze emesse dal Tribunale antidoping del Coni, giudice di primo grado con sede a Roma. E il papà della ragazzina, per difendersi, ha «scaricato» sul medico. Ma il perito del Coni (il professor Dario D'Ottavio) e della Wada, l'Agenzia mondiale antidoping (il professor D'Onofrio), che rappresentano la pubblica accusa, insieme con il professor Martin Saugy direttore del laboratorio Wada di Losanna, hanno mantenuto ferme le loro tesi. Ovvero che l'ozonoterapia è una pratica dopante in quanto moltiplica l'ossigeno nel sangue. Nell'udienza è stato contestato a Lazzaro di aver somministrato alla giovane nuotatrice anche ferro per via endovenosa con acido folico, un metodo per stimolare la produzione di globuli rossi e, quindi, l'ossigenazione del sangue destinata a moltiplicare le prestazioni atletiche.
In primo grado a Lazzaro era stata vietata per sempre l'attività di medico sportivo, mentre il papà della ragazzina era stato sanzionato con 20 anni di inibizione a tesserarsi al Coni. La sentenza del Tas tra due mesi. (c.g.)