Quando comandavo la base di Zelo

Ho letto sulla ex base missilistica di Zelo. Da vecchio lettore del Mattino e come ufficiale in pensione dell'Aeronautica militare mi sento chiamato in causa: la base di Zelo io l'ho comandata per 4 anni (1977-1981).
Non è corretto, a mio parere, dire che «dal 1964 la base è sostanzialmente in mano agli americani» e che «la base era gestita da una unità multiforze italo statunitense, con alcune centinaia di militari». Gli americani arrivarono li (e altrove) in virtù di accordi bilaterali Italia-Usa (non in ambito Nato); i nostri rapporti erano regolati da «joint plans» inerenti quasi esclusivamente la difesa e la sicurezza della base.
Era un piccolo nucleo: una ventina di militari al comando di un ufficiale inferiore, e rappresentavano meno del 7% dell'organico del Gruppo. Erano quasi tutti giovani «guards» (guardie) che non sapevano nulla del sistema Nike nè dei suoi criteri d'impiego per la difesa aerea nazionale e Nato, né tantomeno sapevano o si curavano di sapere di quella che era l'attività complessiva del 79º gruppo cui erano associati.
Stavano in 3 palazzine in una parte isolata dell'area logistica, dove godevano di una sorta di extraterritorialità, per cui quel che accadeva là dentro era problema loro. Quindi, nella base c'era un solo comandante, quello del 79º gruppo It. Era un ufficiale superiore (maggiore o tenente colonnello) dell'Aviazione militare, che era anche comandante del presidio aeronautico di Rovigo.
Col comandante americano, ovviamente, mi incontravo quasi ogni giorno per concordare le attività congiunte. In quel periodo la difesa della base fu potenziata con una dozzina di carabinieri del reparto cinofilo.
Altro particolare da precisare: non è vero che il missile Nike Hercules che avevamo a Zelo fosse di tipo balistico. Era stato adottato in ambito Nato per la difesa aerea e infatti, per il suo impegno si avvaleva di ben 4 radar e un potente computer, quando lanciare un missile balistico è un po' come lanciare un sasso.
Sabato scorso, avendo quell'articolo risvegliato in me vecchi ricordi, nonostante ci fosse un tempo da lupi nella Bassa col cielo nero, pioggia, forte vento e col Po e l'Adige gonfi per la montante piena (una delle nostre paure in passato per la base) sono andato a rivedermi la mia vecchia base di Zelo, per quel poco che si può vedere da fuori oltre la selva di alberi che ricopre i bei manufatti di una volta ridotti a rottami saccheggiati di tutto.
Mi confortarono le scritte sul muro dell'ex corpo di guardia lasciate da ex avieri di passaggio, pieni di nostalgia per i vecchi tempi (perché erano giovani, forse) anche di 30 e passa anni fa quando ero io il «loro comandante» e li definivo «gli occhi del Paese dentro di noi».
Altro patrimonio scioccamente dilapidato, quello del «filtro» del servizio di leva. La «medaglia» cui più tengo dopo 40 anni di servizio, quasi tutti nelle basi Nike, è quella per cui, se un mio vecchio «dipendente» mi incontra per strada, io magari non mi ricordo più di lui, ma lui viene a salutarmi e non fa finta di non vedermi.
Quanto al modo di raccontare certi eventi, cito un aneddoto: nei primi anni Sessanta, all'80º gruppo di Bagnoli, dove ero comandante di squadriglia, l'Aviazione militare autorizzò la prima visita giornalistica ad una base Nike; arrivarono una ventina di giornalisti delle principali testate nazionali con in testa, molto riverito da tutti, il grande Egisto Corradi, inviato del Corriere della Sera.
Organizzai e tenni per loro una intera giornata di briefings, esercitazioni, simulazioni, dibattiti e domande. Lessi poi gli articoli usciti su quella visita per scoprire che (a differenza dei fedelissimi «temi in classe» delle scolaresche che venivano li in visita) solo il «Resto del Carlino» era stato aderente alla realtà che avevamo illustrato.
L'articolo di Egisto Corradi sul «Corriere» descriveva fantomatici siti sotterranei da cui sbucavano i missili, mai esistiti in Italia, ma solo negli Usa. Ne aveva fatto tempo prima un servizio una rivista specializzata e da li, forse, Corradi aveva tratto ispirazione per il suo «pezzo».
Non so cosa ne faranno della «mia» vecchia base di Zelo; dovevano farlo prima, quando tutto era bello e funzionante e bastava passare le chiavi di casa al nuovo proprietario,che io sognavo essere una Università per le sue ricerche, una «Città dell'arte» o che so io...
Quali che siano, l'unica cosa di cui sono certo è che i polesani si comporteranno ancora da persone di grande civiltà ed umanità.
Maggiore generale Due Carrare
Una sola precisazione: in Italia siti missilistici sotterranei esistono dai tempi della Guerra Fredda. Nel Veneto, ad esempio, sotto la collina di Tormeno, fuori Vicenza. (r.a.)