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COMMEMORARE FLAVIO PERCHÈ LA RESISTENZA NON È MORTA


Incontrai Flavio Busonera, per la prima volta, una sera del 1944 a Cavarzere per definire il recupero di armi che erano state lanciate nella notte da aerei inglesi. E fu uno scontro fra Renato Otello Pighin capo della brigata partigiana Silvio Trentin per la ripartizione delle armi che avevamo recuperato.
 Ne ridemmo più tardi quando dopo gli interrogatori delle SS mi trasferirono nel luglio 1944 al carcere Paolotti in una cella che divisi con Flavio sino al 17 agosto, giorno dell’impiccagione di Flavio.
 Ricordo con affetto le parole di incoraggiamento e solidarietà, chiedendo anche agli altri detenuti politici e comuni di aiutarmi a non mollare, a non parlare. Appresi da Flavio in quei venti giorni di comunanza di vita il vero significato politico del socialismo dal volto umano, approfondii il significato più vero e profondo della resistenza. Lo ricordo pochi istanti prima del prelievo dal carcere verso il patibolo irridere le parole di quel turpe individuo, Eusebio, vestito da prete. Prima di allontanarsi - sicuro di andare a morte - mi guardò calmo, sereno ma intensamente quasi per trasmettermi ogni particella del suo immenso coraggio.
 Commemorare Flavio non può essere soltanto rievocazione di morti perché la resistenza così come la intendevamo nel senso di opposizione radicale ad ogni forma di violenza e di terrore sugli individui, di opposizione ad ogni ingiustizia personale, sociale o politica, la resistenza così intesa non può diventare, neppure per un istante cosa morta se non per chi ha rinunciato a vivere della sua umanità o per chi ha fatto della propria vita il passivo rituale funerario di una mera sopravvivenza.
 La resistenza fu una scelta etica ed un rifiuto opposto alla distruzione dell’uomo, infine una offerta di liberazione che l’uomo offriva, anche a costo della propria vita ad un altro uomo.
 Un atto di questo genere non si «commemora» soltanto, non si celebra soltanto, si deve viverlo. Ecco perché non intendiamo affidare la memoria dei compagni assassinati alle parole scolpite sul duro marmo delle lapidi ma essa memoria affidiamo e continueremo ad affidare più che al nostro ricordo di resistenti più che alla nostra coscienza di partigiani, alla mente di tutti i democratici antifascisti che sono con noi e che verranno dopo di noi.
 Non dirò nulla sulla vita di Flavio Busonera, la sua vita non si addice alla cronaca, la sua vita appartiene alla parte più viva della tradizione storica del nostro paese.
 Parlare di lui è parlare delle battaglie di quei lavoratori che, agli inizi del secolo, finirono ammanettati per aver affermato il diritto a sventolare la bandiera del lavoro. La forza morale del compagno impiccato fu la stessa forza morale di quei lavoratori che infransero le catene con le quali si voleva continuare ad imporre alla classe subordinata i vincoli di una supina sudditanza. Commemorare i compagni è soffrire la loro stessa sofferenza per i soprusi perpetrati da inumani al servizio delle belve naziste, è avere la loro stessa intolleranza per le difficoltà poste nel nostro paese al raggiungimento delle effettive libertà che sono, non soltanto la libertà di stampa, di associazione ma anche la libertà dal bisogno, dalla corruzione.
 Essi che univano alla dirittura morale la sicura coscienza della superiorità della democrazia sul regime.
 Per Flavio l’antifascismo non era una formula astratta ma un impegno continuo nel combattere le forze distruttrici della dignità umana: era certo di rappresentare, come disse il poeta Quasimodo, la coscienza della civiltà contro gli assassini della storia del mondo. Ed in questa sicura coscienza non ci furono perplessità e forte di questa sicurezza non si piegò adeguandosi alla osannante marea ma combatté il fascismo nei lunghi anni del consolidamento del consenso acritico delle masse.
 Egli conosceva il linguaggio del fascismo che significava genocidio, schiavitù, aveva compreso che solo il cristallino esempio di uomini liberi decisi a non mollare avrebbe potuto sovrastare sulle risa dei carnefici, che solo l’impegno di lotta avrebbe portato a rompere le sbarre della prigione nella quale era stato rinchiuso il nostro paese. Ma Busonera conosceva anche il linguaggio di certa parte dell’Italia prefascista, sicché la resistenza non doveva avere un significato prettamente guerriero: la partecipazione delle formazioni partigiane alla guerra di liberazione non doveva risolversi in una milizia di popolo occasionalmente insorto per riscattarsi dalla oppressione straniera ed interna ma un lungimirante e continuativo significato di partecipazione civile: dopo un ventennio di dominazione i sudditi dovevano diventare cittadini, dovevano prendere in mano le proprie sorti partecipare direttamente alla lotta politica per governarsi. Il sacrificio dei partigiani durante la guerra doveva essere destinato in impegno morale di riabilitazione della lotta politica e di partecipazione ad essa di tutti.
 Nei lunghi colloqui meglio monologhi, nel chiuso della cella la così detta aria non ci veniva concessa, Flavio diceva che non era possibile definire rigorosamente da un punto di vista concettuale ed ideologico l’antifascismo se non come un impasto morale e politico variegato ma con tinte forti ed indelebili.
 Sì l’antifascismo è spirito di resistenza ma ciò non significa sia uno spirito negativo. Essere antifascisti non è essere contro, un anti, se riprendiamo in mano il manifesto degli intellettuali apparso nel 1925 sulla rivista di Benedetto Croce come risposta polemica al manifesto votato dagli intellettuali fascisti in un congresso a Bologna ci rendiamo conto che il vero manifesto arti è quello dei fascisti. Tutto quello che questi affermavano era la vittoria ottenuta con la forza del manganello, giustificata con idee di gretta nazionalità, di ordine fondato sulla negazione dei diritti altrui, della dialettica sociale e politica. Alla base dell’antifascismo, invece c’è un atteggiamento di ricerca costruttiva l’ansia di rispondere al dovere di come affermare la libertà, la giustizia, l’umanità. Per questo Busonera considerava il fascismo come un deserto di tetra uniformità mentre l’antifascismo è aperto sempre esposto al rischio di contrasti interni.

(La commemorazione dell’uccisione di dieci vittime del regime nazi-fascista trucidate 66 anni fa avverrà stamani alle 9.30 alla caserma Pierobon, in via Chiesanuova 68, nei pressi del luogo della fucilazione di sette partigiani. Alle 18 la cerimonia in via Santa Lucia davanti alla lapide che ricorda l’impiccagione degli altri tre, fra i quali il medico Flavio Busonera)
- Ennio Ronchitelli

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