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Trovatore magico all’Arena di Verona grazie a Zeffirelli


 VERONA. Trovatore di Verdi. La torre centrale del Palazzo di Aliaferia si apre svelando una cappella barocca con grande crocefisso, intarsi e decorazioni dorate per la monacazione di Leonora: è la scena più suggestiva dell’allestimento all’Arena di Verona di Franco Zeffirelli, che ha curato tutte le messe in scena per l’edizione di quest’anno e che in Trovatore mostra in pieno la propria arte scenografica.
 In questo Trovatore (recite fino al 28 agosto) il rapporto tra gestualità, movimento e scenografia è coerente e più appropriato rispetto alle altre opere in cartellone, il flusso narrativo spontaneo e naturale, accentuando gli aspetti ombrosi della vicenda, con le tre scure torri dalle pareti in armatura immerse in una desolata distesa petrosa. L’abilità di Zeffirelli nel muovere le masse, gitani, monache o soldati, crea disegni precisi, organici e ben articolati. Col gruppo spagnolo El Camborio si apprezzano i balletti all’inizio del terzo atto, ripescati dall’edizione francese del 1857, in una versione parziale - peccato per il taglio - ripresa anche nella scena di Azucena del secondo atto, in un tripudio di nacchere.
 Orchestra dell’Arena compatta con buon assieme, grazie alla sicura ma ordinaria direzione musicale di Marco Armiliato, con una concertazione che talora non approfondiva gli aspetti più poetici. Di tanti cast ascoltati in Arena quello di Trovatore è uno dei più appropriati, con punte di diamante soprattutto nelle voci maschili, per un dramma psicologico intessuto di melodie e lirismo a fiumi, che chiede grandi voci. Dmitri Hvorostovsky (Conte di Luna), uno dei migliori baritoni sulla piazza, rivela un ottimo sostegno vocale, sempre appropriato nel carattere e negli equilibri vocali d’assieme. Marcelo Alvarez penetra con slancio i toni più appassionati ed eroici di Manrico, sempre trasparente, anche nel forte, con una chiara dizione; peccato per il taglio della seconda strofa di «Di quella pira», che crediamo poteva essere affrontata senza timori. L’articolazione dinamica di Sondra Radvanosky (Leonora) è esemplare, sonorità piene a chiaramente udibili in ogni sfumatura, centrando la delicatezza delle melodie e la dimensione della solitudine. Applaudita anche l’intensità lirica di Marianne Cornetti (Azucena).
 Successo caldissimo e ovazioni.
- Mirko Schipilliti