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«Strategia della pensione» e altre cose


Il titolo, «La strategia della pensione» (Cleup, p. E.), è ironico e divertito, tuttavia questo secondo romanzo di Maurizia Rossella è in realtà la cronaca di un anno difficile, di uno di quei momenti in cui la vita cambia segno ed obbliga ad un ripensamento. Sullo sfondo, sì, c’è la attesa della pensione, ma Giovanna, la protagonista del libro, fa i conti in realtà con molto altro. Prima di tutto il suo lavoro. Ma poi anche il suo corpo. La sua vita. Insegna italiano agli stranieri, lavora da quando ha 18 anni, e ad un certo punto un lavoro anche amato genera una crisi di rigetto. Perché l’ambiente diventa soffocante, perché il rapporto con gli studenti diventa sempre più complesso perché non c’è più dietro una società che fa da collante, perché c’è la fatica psicologica di rapportarsi continuamente agli altri, di parlare e ascoltare. Ed allora tutto ciò che prima era sopportabile all’improvviso no lo è più.
 Arriva la necessità del silenzio come bisogno primario dopo troppi anni di parole, il bisogno di ritrovare la natura, una casa sui Colli Euganei, gli spazi e la quiete di un tempo diverso. Ma è a questo punto che il libro trova il suo secondo elemento dominante: la malattia. E ciò che Maurizia Rossella racconta non è tanto il timore della morte, ma la rottura di un altro rapporto vitale, che è quello col corpo, col proprio corpo che all’improvviso tradisce e deve accettare una mutilazione, il dolore, la dipendenza dagli altri. «La strategia della pensione» racconta la necessità e la difficoltà del cambiamento, il sentire che qualcosa avviene e non si può non accettarlo. Non è un libro sull’invecchiare, ma sulla inevitabilità delle trasformazioni, dentro e fuori di noi, fisiche e mentali. Alcune situazioni si chiudono, altre si aprono: alcune sono volute, altre semplicemente capitano.
- Nicolò Menniniti Ippolito