Quando i neri tifarono gli odiati Springbok simbolo dell'apartheid


Le date sono importanti. Vent'anni fa, 11 febbraio 1990, Nelson Mandela esce dalla prigione di Robben Island al largo di Città del Capo. Due mesi prima, 9 novembre 1989, cade il muro il Berlino. Il primo evento è uno dei tanti effetti generato dal secondo. L'avvocato Mandela, imprigionato dal 1962 e leader della banda armata dell'Anc comunista, guiderà due popoli pronti alla guerra civile usando il rugby per unirli.
E da futuro padre della patria però, il detenuto Nº46664, vivrà il suo primo atto con le afflizioni di un marito qualsiasi: dopo 27 anni in cella, quell'11 febbraio Madiba (titolo Xhosa ora esclusivo di Mandela) incontrerà la folla aggrappata ai balconi del Gran Parade e la mondovisione con tre ore di ritardo. La moglie Winnie era dal parrucchiere. L'incazzatura non influi sul discorso. Questo buffo dettaglio assieme alla storia segreta di Mandela per arrivare un lustro dopo - indossando la maglia verde numero 6 - a consegnare la coppa del mondo del rugby ad un afrikaner che più bianco non si può sancendo la nascita della nazione 'arcobaleno", è quanto contenuto nel libro Ama il tuo amico scritto dal giornalista John Carlin allora corrispondente da Johannesburg. Un libro scritto come un film, o meglio come quel Rapina a mano armata di Kubrick dove si racconta una storia frazionandola attraverso la soggettiva di tutti i protagonisti. Non poteva che diventare un film. I diritti li ha comprati Morgan Freeman da 15 anni amico di Mandela che l'aveva richiesto come attore per interpretare se stesso ne Il lungo cammino della libertà. Progetto mai uscito. Ma Freeman ne ha assorbito gestualità e tic, ed ha colto l'occasione per impersonarlo con la regia di Clint Eastwood. Coppia collaudata e bagnata da oscar con The million dollar baby. Il regista di Gran Torino ha scelto il piccolo Matt Damon nel ruolo di Pienaar, il terza linea capitano degli Springbok.
Invictus esce venerdi e il titolo scelto da Eastwood cita il poema di Ernest Henley dedicato a Mandela: «Io sono il padrone del mio destino/ io sono il capitano della mia anima». Mandela lo è stato davvero. Riuscendo in cinque anni a: disinnescare una guerra civile, vincere le elezioni del 94, far cadere l'apartheid e l'embargo Onu, convincere i bianchi che non ci sarebbe stata la grande vendetta. Tutti, dal suo secondino, al capo dei servizi segreti, al presidente De Klerk con cui condividerà un Nobel per la pace, ne saranno conquistati. Mandela ha fatto tutto in segreto. Iniziando le trattative molto prima di uscire dal carcere, bevendo il tè con i suoi aguzzini. Mentre nel paese le violenze sui neri continuavano.
Gli Springbok (la gazzella ora affiancata nelle maglie dal fiore della Protea) erano il simbolo dell'apartheid stesso. Su cui un vescovo inventò pure una teologia che prevedeva paradisi diversi per bianchi e neri. Mentre nelle township come Soweto si amava il calcio dove, nel '95, l'evento fu la Coca Cola cup.
Da anni il Sudafrica rugbistico non poteva giocare con nessuno, in primis con Nuova Zelanda e Australia che si divisero i trionfi nei primi due Mondiali di rugby. I bianchi aguzzini erano prigionieri della loro politica. Mandela apri loro la porta.
Nel '94 con Madiba presidente arrivano i Rolling Stones per il loro primo concerto a Jo'burg post embargo. E sbarcano le concessionarie d'auto europee. Ma pare ancora troppo presto quando viene affidata la 3ª Coppa del Mondo al Sudafrica: gli scontri in piazza non si contavano e c'era il rischio reale di guerra civile fra la destra bianca alleata con l'etnia zulu contro l'Anc. Di tutto questo sanno poco i giornalisti che invadono quel paradiso terrestre per un mese. Il viso di Chester Williams, unico coloured degli Springbok, è affisso ovunque sopra la scritta «L'attesa è finita». Sono pochi gli inviati italiani, il rugby valeva una breve. Il Veneto ha la sua rappresentanza. Del resto quella finale venne chiusa sul 15-12 ai supplementari dai piazzati di Joel Stranski (in forze al San Donà) e Merthens (ex Calvisano) e Kobus Wiese che, durante l'Haka, affronta Jonah Lomu parandosi di fronte, giocava al Petrarca.
La partita che inizia e chiude la storia di Invictus inizia col volo radente di un Jumbo sullo stadio Ellis Park a nemmeno 60 metri. Un rombo e un'ombra che oscura il prato che ora rende l'idea di cosa dev'essere stato l'impatto di New York l'11 settembre. Lo sventolio della nuova bandiera sudafricana, l'inno e il canto Shosholoza allo stadio, i giocatori in cerchio che pregano, Mandela che scende in campo ballando e consegna la coppa, sono tutti i colori di una giornata di grande storia. Rinasceva il Sudafrica. Si parlò allora di 'lassativi" versati nella cena degli All Blacks che effettivamente stettero male la sera prima della finale. E di certo già alla semifinale 'annegata" di Durban ai francesi venne negata una meta decisiva. Ma inconsciamente si fu coinvolti dall'entusiasmo dei bianchi liberi di tifare, dai neri che volevano vivere, da un paese con voglia di pacificarsi. Chiunque avrebbe versato volentieri quel lassativo. Chiunque avrebbe firmato per quella vittoria, anche gli avversari.

Fabrizio Zupo