Italiano, siciliano di Padova «Che orgoglio sentire il mio nome urlato dai tifosi»

BRESSEO. Vincenzo Italiano, ci spieghi bene la sua storia: genitori siciliani, luogo di nascita Karlsruhe, radici calcistiche ben piantate in Veneto. Dopo Verona, adesso Padova. Insomma, questa è la sua terra d'adozione.
«Precisiamo subito: del tedesco non ho niente. E' successo che i miei nonni lavoravano in Germania, e un giorno papà Giuseppe e mamma Caterina decisero di andarli a trovare. Lei era al settimo mese di gravidanza, si fermarono li e mi fecero nascere a Karlsruhe. Trascorso qualche mese, tornarono in Sicilia, dove vissi la mia adolescenza a Ribera, in provincia di Agrigento, a pochi chilometri dal mare, il paesino più bello del mondo per me. A 15 anni andai al Partinico, vicino a Palermo, in Interregionale. Prima esperienza lontano da casa, cambiai scuola (ero iscritto in un istituto per geometri, non l'ho finito) e abitudini. Poi il passaggio al Trapani, in C/1. Due campionati con poche presenze, ma in uno stage della Nazionale di serie C fui notato da Sergio Maddè, responsabile del settore giovanile del Verona, e approdai in gialloblù grazie a Rino Foschi. Si, proprio l'attuale d.s. del Torino. Il resto lo sapete: 11 anni al Verona, bellissimi, tra vittorie, sconfitte, gioie e dolori. Ho passato di tutto. Una parentesi al Genoa nel gennaio 2005, dove vincemmo il campionato di B, ma poi ci fu la storia dell'illecito con il Venezia, per cui i rossoblù furono retrocessi in C/1, e ritorno al Verona. Infine, gli ultimi due anni e mezzo al Chievo, stupendi anche quelli, nonostante la sconfitta allo spareggio-salvezza con il Catania, che ci costò la serie A. Padova? Sono qui da quasi due mesi, la città mi piace, i tifosi sono su di giri per il nostro inizio positivo. Si, convengo: in Veneto si sta proprio bene. Vi ho trovato moglie (Raffaella, veronese ndr) e qui sono nati i miei figli (Christian e Riccardo, 7 e 2 anni). Erano tutti e tre allo stadio, sabato».
A proposito della partita con l'Ancona, la gente l'ha invocata per nome, nella ripresa. Non accadeva dai tempi della serie A.
«C'è fame di calcio ad alti livelli, per cui sono convinto che, se continueremo sulla strada dei risultati positivi, i padovani accorreranno in massa all'Euganeo. Quanto al sottoscritto, quando sono arrivato ho detto subito che personalmente ero di fronte ad una grossa scommessa. Una nuova avventura, con il compito di aiutare i tanti giovani di questo gruppo, che, credetemi, sono eccezionali, animati da una gran voglia di sfondare. Certo, mi ha fatto un enorme piacere sentire il mio nome scandito da tifosi che mi conoscono da poco. E' un fatto che inorgoglisce».
Pregi e difetti di Italiano, cosi come li vede lei.
«Il Padreterno poteva darmi qualche centimetro in più di altezza, me lo dico spesso, invece di regalarli ai vari Toni, Ibrahimovic, Bogdani, Cani e compagnia bella, però, dài, mi ha gratificato di altre qualità. Quando giunsi al Partinico, c'era un allenatore che si chiamava Taormina, ex giocatore di Zeman, che mi vide fare due-tre lanci e mi assegnò di diritto il ruolo di centrocampista davanti alla difesa. Sino a quel momento giocavo da esterno destro o trequartista, e mi arrabbiai. 'Mister - gli feci notare - a me piace segnare". E lui: 'Ne parliamo a fine stagione". Aveva ragione, realizzai 20 reti fra allievi, juniores e prima squadra, in Interregionale. Pregi? Rispetto ai 19 anni di Verona, oggi, che ne ho ormai 32, sono molto maturato, riesco a gestire meglio pure le situazioni delicate, per esempio quando sono in affanno dal punto di vista fisico. E poi una volta parlavo poco, da perfetto siciliano, un po' introverso, permalosetto, anche intimorito di fronte a gente più anziana, che non ti salutava neppure».
Veniamo al campionato. Non c'è tempo di rifiatare che si va a Torino. Proprio il club che lei ha rifiutato, preferendo Padova. Che accoglienza si aspetta?
«Il Toro è una grandissima squadra, ed è primo in classifica. Sul piano personale, credo che abbia dato loro maggior fastidio il fatto che, nell'ultimo campionato, io abbia segnato al 90' con il Chievo il gol dell'1 a 1 (era la quarta giornata, ndr) piuttosto di aver detto no all'offerta di Foschi. Hanno preso Loviso, è giovane (25 anni, ndr) e molto bravo. Io vado li tranquillo e sereno, tanto quando sei in campo i fischi, e ne arriveranno, non li senti perchè pensi solo alla partita. Ce la giochiamo, convinti delle nostre chance».
Il rapporto con Sabatini?
«Non lo conoscevo, ma sono rimasto davvero impressionato positivamente. Dopo aver avuto allenatori come Prandelli, Malesani e Delneri, malati di tattica e di tempi di gioco, qui il mister fa cose diverse: schiera undici titolari contro altri undici, con movimenti già prestabiliti per cercare di mettere in difficoltà gli avversari in base a come si muovono. Poi è una bravissima persona, parla con tutti, non è che ha 10-12 giocatori e basta».
Sia sincero, Vincenzo: dove può arrivare il Padova?
«Abbiamo 9 punti, ci sono state ottime prestazioni, però dobbiamo migliorare ancora tanto. In fase conclusiva, dove ci vuole più cinismo, e anche in fase difensiva, perchè sabato, ad esempio, abbiamo corso un rischio enorme al 92' da parte di un'Ancona che era morta. Se cresciamo, possiamo essere una sorpresa».
E quando vedremo il suo primo gol in biancoscudato?
«Due anni fa segnai alla seconda giornata, l'anno passato alla prima. Oggi siamo già alla quinta e comincio ad innervosirmi per questo digiuno eccessivo. Magari con il Toro mi sblocco...».

Stefano Edel