Giovanni Lazzaro Il suono trasformato in un'opera d'arte


di Adina Agugiaro
PADOVA.Dal 1991, maestro liutaio in Padova. «Laudero»: come ama definirsi recuperando la definizione attribuita nella Venezia del '700 ai fabbricanti di strumenti a corda. «Marengòn»: falegname, quando fa dell'ironia sul suo lavoro d'artista. L'atelier di Giovanni Lazzaro si apre su Via Bezzecca, quartiere popolare di fascino alla periferia della città.
Su un bancone, il maestro ed un assistente lavorano con mani da chirurgo sul piano armonico d'un Bellafontana dell'800: «Un violoncello della scuola veneziana, seconda in passato solo a Cremona ed in grado di superarla. I violoncelli di Domenico Montagnana, ad esempio, sono anche più quotati d'uno Stradivari». Con gesti sapienti i due artigiani lavorano di colla, morsetti, calore d'un phon; curvi sotto sagome di violini, viole e violoncelli appese alle pareti. Strumenti in attesa di consegna fanno bella mostra di sé sui ripiani: non oggetti, ma presenze animate, che colmano il silenzio circostante di stupore e poesia. 42 anni, occhi febbrili e riccioli ribelli il mastro liutaio, protetto da un grembiulone bordeaux, ama raccontare del suo mondo con passione.
Liutai si nasce?
«Le racconto la mia esperienza. Ultimo di quattro figli d'una coppia d'insegnanti, ma non grande scolaro, al Conservatorio e all'Istituto musicale Malipiero di Padova ho studiato da piccolo flauto traverso, pianoforte ed organo. Un giorno un amico di mio padre gli ha suggerito di portarmi a visitare la scuola di liuteria a Cremona. Era il 1980, avevo tredici anni. Come un flash che cattura per sempre l'istante, ho davanti agli occhi un allievo che scolpisce il ricciolo d'un violoncello sotto lo sguardo del maestro. Mi sono detto: ecco cosa voglio fare nella vita».
Di fatto...
«Quel ragazzo è stato l'innesco, che mi ha convinto a frequentare di giorno la scuola di liuteria di Cremona, per poi rientrare la sera al Collegio Gregorio XIV; dove ho incontrato preti straordinari e coetanei da tutt'Italia. Tra scuola e collegio è stata dura, ignoro cosa sia la spensieratezza di quell'età. I primi due sono stati di cultura generale, col terzo ed il quarto sono entrato nello specifico del restauro, della verniciatura.. Di mio vi ho aggiunto un quinto di apprendistato alla bottega d'un maestro».
Alla fine dei quali?
«Dopo un ottimo diploma, a 19 anni, il mio lavoro è stato una partita da giocare a viso aperto. Con l'aiuto dei genitori, che a lungo mi hanno sostenuto, ho aperto la partita Iva e subito dopo un negozio a Padova».
E' stato facile?
«Ero un signor nessuno in un ambiente provinciale, dominato da una lobby di vecchia data e dove veniva facile lavorare in nero. Anche se i primi clienti sono stati degli insegnanti del Conservatorio patavino, non ho trovato grande accoglienza in città».
Quando sono cambiate le cose?
«Il salto di qualità è avvenuto nel '93. Ho compreso la presunzione del messaggio, in cui la scuola mi aveva allevato: «Se sei uscito di qui, sei il migliore». Non era vero, la scuola cremonese di liuteria mi aveva dato una visione stretta, parziale della realtà. Con un salutare bagno di umiltà, ho fatto retromarcia e cambiato strada. Su consiglio d'un vecchio maestro, sono volato al Conservatorio di Oberlin, vicino a Cleveland, Ohio, per una full immersion d'un mese dalle 9 del mattino alle 23 accanto ai migliori maestri di restauro del pianeta. Se è vero che il nostro paese ha prodotto nei secoli i più bei strumenti a corda che si conoscano, la maggior parte di essi sono stati rivenduti nei paesi anglosassoni. Li sono nate, dagli anni '20 in poi, le più rinomate scuole di restauro al mondo. Da allora sono tornato con regolarità negli Usa per partecipare a workshop; mentre in Italia sottoponevo gli strumenti fabbricati nel mio atelier al giudizio di liutai del calibro di Guicciardi a Modena e Moroder a Verona, mio maestro a fine '90».
Lei produce in proprio strumenti a corda?
«Con i miei due assistenti, Alberto Cassutti e Francesco Piasentini, dedico l'80 per cento del tempo al restauro ed il rimanente alla fabbricazione di due-tre strumenti su ordinazione l'anno. Nel tempo ci siamo specializzati in violini, viole e violoncelli».
Quanto costa ogni pezzo?
«Dai 20.000 ai 25.000 euro, con un lavoro distribuito nell'arco di 12 mesi e trovando i momenti giusti: le cose non puoi farle cosi, devi materializzare un concetto di bellezza e di suono, mica sempre è possibile farlo. Devi esprimere il tuo carattere, il tuo modo di pensare e d' essere, di certo lanci un tuo messaggio. Il cliente non ci chiede di risolvergli problemi, ma di metterlo nelle condizioni di esprimersi correttamente e liberamente. Questo è il lavoro del liutaio: trattare uno strumento mettendoci dentro la propria personalità e dando all'altro la miglior possibilità di suonare. E' come fare un vestito di alta sartoria: una cosa molto personale, che può non piacere a tutti».
I suoi sono strumenti di «alta sartoria?»
«Un liutaio all'inizio deve chiedersi che tipo di lavoro vuole fare: col professionista di alto livello o cosi, come capita? Il primo pone problemi enormi perché entriamo nel campo del miglioramento acustico dello strumento: si riesce a farlo, certo, ma bisogna costruire un sistema complesso di analisi del suono e più si sale di livello più i problemi si fanno difficili. Per me è sempre stato prioritario far trovare al mio cliente uno strumento in grado di permettergli di esprimere appieno le proprie potenzialità. Amo il colore, la qualità del suono, ogni altro suo parametro».
Il colore del suono?
Uno strumento nelle mani d'un grande ti fa percepire le molte sfumature d'un suono ricco, caldo, pastoso. Le emozioni forti provate dallo spettatore derivano da un impasto fatto dal fraseggio musicale, dalle caratteristiche sonore dello strumento e dall'interpretazione dell'artista. Tornando alle mie motivazioni: ho sempre desiderato crescere, arrivare al livello dei migliori e tutto questo lo costruisci si col talento, ma ancor più con la tecnica e la conoscenza».
Il nome di qualche cliente eccellente?
«Bruno Giurana, uno dei massimi interpreti italiani di viola al mondo, possiede due spettacolari strumenti della scuola veneziana del '700, di cui il mio atelier è curatore. E' un onore essere stati prescelti da uno come lui, che conosce i maggiori liutai al mondo. La nostra reputazione è nata col passaparola e va mantenuta: un errore e sei fuori per sempre. L'anno scorso è arrivato anche Uto Ughi per un intervento sul suo straordinario Guarnieri del Gesù, del valore di 6 milioni di euro. Clienti abituali sono Emanuele Silvestri, primo violoncello della Fenice; Alfredo Zamarra, prima viola; Peter Szanto, primo violino dell'Arena di Verona. Cosi come altri musicisti della Scala di Milano, del Regio di Parma, del Comunale di Bologna, dell'Accademia di S. Cecilia di Roma, del Carlo Felice di Napoli, del Maggio Musicale Fiorentino, dell'Orchestra Sinfonica di Torino, dell'Orchestra da Camera e dei Solisti Veneti di Padova, dell'Olimpico di Vicenza, dei Filarmonici di Verona...
Chi sono i suoi collaboratori?
«Tra i molti, che bussano alla mia porta per imparare il mestiere, al momento ho selezionato appunto Alberto e Francesco. Entrambi laureati in Ingegneria, si sono impegnati con serietà per essere valorizzati sino a divenire maestri a loro volta. Ho in mente di creare un ambiente sempre più ampio, anche con elementi provenienti dall'estero; nel quale le persone non siano usate come «operai», ma entrino a far parte d'un progetto comune».
Com'è Giovanni Lazzaro nella vita quotidiana?
«Pratico ed insegno karatè, sono quarto Dan, che significa scalino nella roccia. Traduco anche nel lavoro la filosofia di vita delle arti marziali: concentrazione, determinazione, prefigurazione di obiettivi, spirito di combattimento. Ho un bimbo di otto anni, Lorenzo, che amo moltissimo».