Un'impresa leggendaria Fuori casa e in dieci Totò schianta i bustocchi


dall'inviato Stefano Edel
BUSTO ARSIZIO (Varese).Siiiii, fortissimamente siiiii! E' serie B, cercata, inseguita, blandita e infine conquistata con una prova che cancella, in un colpo solo, le incertezze, le polemiche e i «veleni» di una stagione mai cosi sofferta, eppure bellissima nella sua apoteosi finale. Serie B dopo 11 anni di umiliazioni, rabbia, delusioni, bocconi amarissimi ingoiati a fatica, contestazioni, irruzioni negli spogliatoi e chi più ne ha più ne metta. Com'è dolce il pomeriggio di Busto Arsizio, cosi come lo erano quelli di Cremona, il 15 giugno 1994 e di Firenze, il 10 giugno 1995, quando il Padova prima conquistò la serie A e poi la difese con le unghie, all'ultimo rigore, nello spareggio con il Genoa. Un'impresa da titani, quella dei ragazzi di Sabatini, perché nel giorno e nella partita più difficili della stagione hanno tirato fuori ancora una volta il loro immenso carattere, la loro voglia di arrivare là dove nessuno li accreditava più, noi compresi, solo due mesi e mezzo fa.
Immenso Totò.E' la vittoria di un grande gruppo, ma anche e soprattutto di un giocatore dal cuore immenso, che addirittura (pensate un po') l'estate scorsa era in odore di trasferimento, con possibile destinazione il Mantova: Antonio, «Totò» per tutti, Di Nardo. Un ragazzo d'oro, un furetto agile, scattante, indomito, capace di punire la Pro Patria nelle due occasioni in cui la sua difesa è andata in barca, dopo aver montato una guardia spietata su di lui e Varricchio. Ma con il piccolo «guerriero» napoletano, a lottare e soffrire su ogni pallone, a serrare le fila nel catino «bollente» dello Speroni, c'è stata una signora squadra, che l'allenatore umbro ha disposto sul terreno con saggezza, aspettando - com'era prevedibile - che i bustocchi venissero avanti, trascinati dai loro trequartisti di qualità (ma è mancato clamorosamente Do Prado), per poi contrarli ai limiti dell'area, chiudere loro ogni varco e disinnescarne la straordinaria potenzialità offensiva.
Di Venanzio espulso.Era la partita della vita, e Faisca & Compagni l'hanno vinta sul terreno più congeniale ai loro avversari, il fondo, la tenuta fisica. Tanto più l'hanno vinta quando, per oltre un tempo si sono dovuti opporre agli uomini di Lerda in dieci, colpa della sciagurata (ma giusta) espulsione di Di Venanzio, che al 41' è incappato nel secondo «giallo» per aver atterrato Toledo, dopo essersi fatto ammonire ingenuamente, poco prima, in una mischia in area, spintonandosi con Cristiano. Il capolavoro, Sabatini, lo ha realizzato li, insieme ai suoi ragazzi: ha tolto Baccolo, che non era mai entrato in partita (forse per l'emozione, ma che importa, il compleanno è stato festeggiato alla grande), e inserito Falsini a terzino. Cosi il Padova è andato avanti, chiedendo alle due punte un enorme sacrificio, aiutare di più i centrocampisti. Al resto ci ha pensato Di Nardo, rapace come un falco e lucidissimo prima nell'insaccare di testa una palla respinta da Giambruno su inzuccata di Varricchio (35'), poi nello sfruttare un liscio clamoroso di Pisani, scavalcando il portiere e infilando nella rete sguarnita, con freddezza da campione (39').
Il brivido di Urbano.Lerda ha gettato nella mischia tutte le punte che aveva in panchina e sugli sviluppi di un corner il difensore Urbano ha trovato lo spiraglio giusto per battere Cano (43'). Ma era scritto che finisse cosi: 2 a 1, come contro il Cesena 15 anni fa. Un'altra data entra di diritto nel libro d'oro della società: il 21 giugno. Un mese magico, che nell'anno del Centenario assurge a iconografia della resurrezione biancoscudata. Grazie Padova, anche per aver sfatato il tabù che voleva sempre perdente, nelle precedenti 15 edizioni dei playoff di serie C/1, la quarta classificata in campionato.