mercoledì 10.03.2010 ore 10.32

ARCHIVIO il mattino di Padova dal 2003

Con i respingimenti neghiamo noi stessi

Una donna cerebralmente morta da 17 anni. Quasi una guerra civile in Italia per affermare il principio assoluto della vita. Una donna nigeriana di 18 anni incinta finita in mare e lasciata in un naylon in mezzo alle immondizie sul ponte della nave strapiena di altri relitti umani condannati a rimanere ostaggio delle burocrazie internazionali contrapposte. Nessuna reazione. È la fotografia di chi siamo. Coinvolti e appassionati fino allo scontro diretto per affermare i principi, non un sentimento, né un moto di pietà per le persone disperate in grave necessità. Abbiamo costruito tutte le ideologie per l’affermazione di principio di una realtà che non esiste, rifiutiamo le persone in carne ed ossa.  Non sono gli immigrati, né i clandestini il problema dell’Italia e dell’Occidente. Il problema sono i più poveri di tutto il pianeta che forzano le frontiere. Non li chiamiamo barbari, ma li riteniamo tali e tentiamo di respingerli perché ne temiamo l’ “invasione”. Per questo vengono fabbricati reati e leggi non per negare la loro identità di persone, ma per trovare il modo di ricacciarli a casa. Li chiamiamo clandestini e sono visibilissimi a tutti. È lo Stato che fabbrica clandestini rifiutando qualsiasi documento di riconoscimento, non le persone che arrivano e che chiedono in tutti i modi e con una pazienza biblica di essere riconosciute e regolarizzate. Ma perché sono così intollerabili i loro volti e le loro storie, perché proprio a loro attribuiamo il volto violento del nemico, quando sappiamo che altri sono i loro aguzzini, gli organizzatori criminali della loro disperazione! È questo sbaglio totale di indirizzo, questo negarci di essere umani nell’affrontare situazioni di estremo bisogno, questa assenza di pietà che caratterizzano il dire e il fare della maggioranza degli italiani che creano sconcerto, sofferenza e disagio diffuso. Il terremoto in Abruzzo ha messo in moto la solidarietà; il maremoto degli altri solo rifiuto. Sono anzi aumentati gli atteggiamenti di intolleranza e xenofobia anche in Veneto. E le nuove leggi affondano in questo contesto, proponendo un cocktail di diffidenza, di vessazione e di discriminazione per una parte della popolazione. Sono aumentate non solo le preoccupazioni, ma anche le lacrime di persone, già da anni residenti in Italia con tutta la famiglia, per la perdita del lavoro, per l’impossibilità di pagare affitto e servizi e senza la prospettiva di un nuovo impiego.  «E’ l’ordine più infame che abbia mai eseguito. Non ci ho dormito, al solo pensiero di quei disgraziati. Ci urlavano: “Fratelli aiutateci” Ma non potevamo far nulla, gli ordini erano quelli di accompagnarli in Libia e l’abbiamo fatto. Non racconterò ai miei figli quello che ho fatto, me ne vergogno». Questo è un uomo della motovedetta della Finanza che parla. È così: a nessuno è consentito umiliare i più poveri negando loro i diritti elementari di sopravvivenza. Non sono merce di scambio da scaricare dove ci conviene. Quasi tutti noi veniamo da situazioni di grande povertà e nelle nostre case siamo cresciuti imparando a spartire il necessario. Ignorare o rifiutare i più poveri vuol dire operare contro la nostra stessa storia, sradicarci dalle nostre radici. Quando tratto male una persona procuro sofferenza, ma sono io a perdere in umanità. A che serve il possedere se non siamo capaci di relazione? La gioia di vivere non ci viene dalle cose, ma dai rapporti. Essere amici dei più poveri ci riconcilia con la nostra storia e fra di noi. Non è l’invasione che dobbiamo temere, quanto non riconoscerci insieme con tutti per affrontare insieme i problemi. Per questo più che in una lotta politica vogliamo impegnarci in una crescita culturale, sapendo che le questioni sono difficili e complesse, che nessuno ha la ricetta pronta, ma che proprio per questo le persone, tutte, hanno bisogno di esistere pienamente anche per noi, essere riconosciute, non essere rifiutate o negate. Non sono i ministri che vanno convinti a cambiare, siamo noi con i nostri atteggiamenti e giudizi che decidiamo la direzione e la qualità di questa storia assieme o contro la maggioranza dell’umanità. * Beati i costruttori di pace - don Albino Bizzotto*

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