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Storiche avventure della Maglia Nera

Coppi, Bartali, Carollo e Malabrocca. Le avventure della Maglia Nera, Storie del Giro d’Italia è il titolo dell’appassionante volume che il nostro giornale propone da oggi in edicola (a 7,90 euro più il prezzo del quotidiano) nel giorno inaugurale del Giro del Centenario. Il libro è dedicato a tutti gli appassionati di cilismo ma non solo, è anche la storia d’Italia che tutti vorrebbero leggere: quella vista da dietro, dal fondo, dal povero, dall’ultimo in classifica. Arrichito con foto dell’epoca, racconta le curiose vicende del protagonista, Malabrocca appunto, e delle sue acrobazione in coda al gruppo della massiam corsa nazionale a tappe per tenere d’occhio avversari protesi a insidiargli la posizione di coda. Luigi Malabrocca incarnò alla perfezione l’immagine dell’eroe perdente: ultimo nel Giro del ’46 a quattro ore da Coppi, venne “battuto” nel ’49 da Carollo dopo una storica battaglia.
 La sua storia, a tratti davvero avventurosa, viene raccontata da Benito Mazzi, giornalista e scrittore, con dovizia di retroscena, trucchi, segreti e aneddoti carpiti ovviamente dal fondo del gruppo. La Maglia Nera: un simbolo dell’Italia in bianco e nero, di uno sport bello e pulito che, alla radio, faceva sognare. Tra le più famose maglie nere, sono protagoniste anche quelle “venete” di Sante Carollo (nato a Thiene), acerrimo nemico di Malabrocca, e di Giovanni Pinarello, fondatore dell’ominima azienda trevigiana.
 Scrive Paolo Facchinetti nelle pagine introduttive del volume: «Colui che trascinò nella leggenda e poi nel linguaggio corrente l’espressione “maglia nera” fu Luigi Malabrocca, corridore tortonese, classe 1920: ultimo nel Giro 1946 a 4 ore 9’ 34” dal vincitore Bartali, ultimo nel 1947 a 5 ore 52’ 20” da Coppi, penultimo nel 1949 a 7 ore 47’ 26” da Coppi e “battuto” solo da Carollo arrivato a 9 ore 57’ 07” dal primo».
 «Fu proprio il 1949 a consegnare alla storia il mito della Maglia Nera. Quell’anno Malabrocca e Carollo furono protagonisti di un duello epico, non scevro di colpi bassi e astuzie sopraffine, per arrivare in fondo al gruppo. “Vinse” Carollo e a molti dispiacque sinceramente che Malabrocca venisse defraudato della fama che si era conquistato con generosa fatica. Dispiacque soprattutto a Malabrocca che, mancando l’obiettivo, dovette rinunciare a un sacco di soldi. Sì, perché la faccenda della maglia nera era diventata così intrigante e suggestiva che l’ultimo riceveva premi in denaro e in natura parecchio più consistenti di quelli destinati ai piazzati della media classifica. Fu quello del 1949 l’ultimo Giro portato a conclusione da Malabrocca. La maglia nera fu assegnata ancora per qualche anno ma perse il suo fascino e la ragione d’essere. E così fu abbandonata. Ha resistito nel tempo solo come modo di dire».
 «Anni bellissimi, quelli della maglia nera. Non c’era la tivù, solo i giornali e la radio narravano le imprese dei girini sollecitando in chi ascoltava o leggeva immagini fantastiche. I primi erano semidei irraggiungibili; gli ultimi, dei dannati costretti a improbe e umanissime fatiche. Assieme alle imprese di Coppi e Bartali (semidei, sempre, anche nella sconfitta casuale) il cronista non mancava mai di raccontare le straordinarie avventure o disavventure dell’ultimo arrivato, il comune mortale Malabrocca. Fu una sorpresa, per noi ragazzi, scoprire più tardi Malabrocca campione italiano e “azzurro” ai mondiali: di ciclocross, che è travaglio immenso dei meno dotati di velocità. E vincitore di gare vere in Francia, in Jugoslavia, in Spagna. Gli si volle più bene di prima. Piaceva pensare che quel corridore, che aveva la solidarietà, il compatimento, la complicità di tutti i diseredati dell’Italia del dopoguerra (ed erano la maggioranza), arrivava ultimo per sola sfortuna o per scelta strategica: saperlo vincente era un grido di speranza, un simbolo di riscatto per tutti».