Il sacro fuori dalla religione


Cosa potrà mai accomunare il polittico dipinto da Grünewald sull'altare di Isenheim, l'incisione in cui Otto Dix raffigura una sentinella morta in trincea e la performance dal titolo «Renaissance» ideata dal veneto Luigi Viola? In quali modi i linguaggi dell'arte e la dimensione del sacro sono destinati a compenetrarsi reciprocamente? Fino a che punto è lecito identificare il sacro con una specifica categoria di soggetti rappresentabili (angeli, madonne, episodi biblici etc.) e in quale misura, invece, l'attributo della sacralità può appartenere essenzialmente all'arte in quanto tale? A questi e ad altri analoghi interrogativi radicali è rivolta la riflessione a più voci affidata al volume collettivo Estetica del sacro, edita recentemente da Il Poligrafo (Padova, pp. 157, 18 euro), tratto dall'omonimo simposio nazionale promosso dal Dipartimento di Pedagogia dell'Accademia di Belle Arti di Venezia.
Come puntualizza il curatore del testo Giorgio Nonveiller, docente di pedagogia e didattica dell'arte, nonché direttore del relativo dipartimento, non bisogna incorrere nell'errore di confondere la categoria del sacro con quella del religioso, cioè confinare una nozione filosoficamente cosi pregnante e dirompente nell'angusto recinto dei singoli culti confessionali.
Non è detto, infatti, che un artista credente, o che abbia orientato la propria opera su una tematica religiosa, approdi poi necessariamente a quella che definiremmo arte sacra, né, per converso, tale risultato potrà in alcun modo essere precluso ad una personalità dichiaratamente laica quale ad esempio quella di Lucio Fontana. Pertanto i singoli saggi del volume tendono piuttosto unanimemente, al di là delle specifiche inclinazioni teoriche dei singoli autori (dallo storico della filosofia antica Giovanni Reale al filosofo morale e musicologo Elio Matassi e vari altri) a dislocare invece l'orizzonte del sacro sul versante della trascendenza, di ciò che eccede il confine della razionalità ordinaria, rinviando ad un'ulteriorità di senso che vorrebbe evidenziare il limite o la finitezza della condizione umana.
A tale scopo l'artista potrà dunque avvalersi non soltanto dei classici simbolismi biblico-teologici, ma anche, ad esempio, di raccapriccianti scenari di guerra che evochino lo spettro di una totale sparizione dell'umanità. In tale ottica emerge insomma una nozione di sacro palesemente affine a quella di sublime, cioè alla capacità di suscitare una sensazione di smarrimento, sproporzione o dismisura tra il singolo uomo e l'enigma del mondo.
Ma non è forse questa la più autentica ed originaria vocazione dell'arte tout court? Non bisognerebbe insomma dedurre che ogni arte, in quanto tale, possa ritenersi sacra nell'accezione di cui sopra? Il volume, in realtà, ci mette in guardia contro una simile reviviscenza di quella religione dell'arte di matrice idealistico-ottocentesca, ispirata ad una mentalità oggi quanto mai inattuale, dato che quella contemporanea è ormai innegabilmente un'arte post-benjaminiana, serializzata dalla riproducibilità tecnologica, curvata sui peculiari registri espressivi del non-senso e dell'alienazione, demistificata dall'ateismo e caratterizzata da proporzioni e stilemi spesso estranei ai canoni ideali della cosiddetta bellezza classica.
Eppure, perfino un'arte cosi concepita può schiudere all'uomo qualche prospettiva di laica redenzione, non foss'altro che un'alternativa sensata agli automatismi di quella che i filosofi continentali heideggeriani chiamano «la tecnica». Oppure può spronare a seguire le orme di un personaggio come Matisse, secondo il quale: «La mia sola religione è quella dell'amore per l'opera da creare, l'amore della creazione e della grande sincerità».

Yamina Oudaï Celso