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«Rimossa l’analisi politica»


 «La stagione della violenza politica è finita. Era politicamente sbagliata e culturalmente inadeguata». Sul punto Umberto Curi, ordinario di Storia della filosofia, non concede margini alla nostalgia. Argomenta, piuttosto, le eredità irrisolte della stagione degli «anni di piombo».
 Curi è stato direttore dell’Istituto Gramsci Veneto, laboratorio politico della sinistra allargata. Dal 1979 al 1994, ha fatto parte del comitato centrale del Pci-Pds. Compare fra i «testimoni» nel volume Processo Sette Aprile. Voci della «città degna» (manifestolibri, 230 pagine, 18 euro).
 Professore, ha letto i giudizi del sindaco Zanonato?
 
Al di là dell’enfasi con cui vengono riproposte le argomentazioni, non v’è dubbio che fu un periodo funesto caratterizzato dall’uso generalizzato della violenza. Ironizzare sulla durezza dei fatti dell’epoca, come ha fatto Toni Negri (riducendo tutto a qualche schiaffo ai professori), è davvero inaccettabile e inammissibile. I fatti, a Padova, restano di ben altro tenore. E la verità sui singoli episodi si conosce, eccome.
 Trent’anni dopo, il dibattito non solo resta aperto, ma di nuovo sembra prevalere il muro contro muro.
 
Mi pare proprio che ci sia ancora da fare i conti, fino in fondo, con la dimensione giudiziaria e politica del 7 aprile. Damnatio memoriae. E’ cambiato davvero tutto nell’arco di questi tre decenni, eppure non appena si accenna al 7 aprile scattano inesorabili gli stessi meccanismi. Come d’incanto ecco le aggregazioni, le accuse e i tentativi di diffamazione, i fronti contrapposti. Come se non vi fosse la possibilità di una ricostruzione, almeno minimamente obbiettiva, di quel drammatico scorcio di storia italiana.
 Una sorta di rimozione?
 
Ne abbiamo recentemente riparlato con Giovanni Palombarini, allora giudice istruttore e oggi procuratore generale aggiunto in Cassazione. Si tratta di rileggere la storia degli anni Settanta in Italia. Per il verso della politica che era ben diversa, ma anche dentro i meccanismi della giustizia.
 Può almeno accennare al «cuore» del vostro dialogo?
 
In Italia c’era l’anomalia del più grande partito comunista d’Occidente. Quando abbandona il “metodo” della rivoluzione, la carica riformatrice viene inaridita dai peggiori cascami del parlamentarismo di facciata. E’ qui che l’ondata dei movimenti di massa e giovanili entra in conflitto anche con il Pci che aveva abbandonato la “doppiezza”. Ma c’è poi un altro fenomeno connesso.
 Quale?
 
L’ho definito «massonizzazione» della politica. Con la P2 (più quel che è rimasto ignoto) c’è una perdita di trasparenza dei soggetti e dei meccanismi della decisione politica. E’ il sistema che diventa occulto, clandestino, non più vincolato al controllo di legalità.
 Tutti temi d’attualità, giusto?
 
Ho provato a ripeterlo in questi trent’anni. Articoli, saggi, libri dedicati all’analisi dei fenomeni senza la scorciatoia della retorica o l’appello puramente emotivo.
 Scusi, professor Curi, e il famoso «operaismo» a cavallo fra Pci e movimenti?
 
In questo caso, basta andare a rileggersi gli atti pubblicati nel 1978 dagli Editori Riuniti del convegno dell’istituto Gramsci tenuto alla Fiera. Relazioni, interventi, confronto con i protagonisti di quella stagione teorica. Le conclusioni venne a tenerle Giorgio Napolitano.
 Torniamo a Padova. Non si può guardare avanti?
 
Non riuscire a voltare pagina, rispetto a fatti che appartengono al secolo scorso, vuol dire restare prigionieri inerti di un passato remotissimo. Soprattutto equivale a non impegnarsi a costruire il nuovo. Così paradossalmente la Lega o il partito berlusconiano diventano profeti e antesignani del futuro. Loro sì che disegnano scenari.
 In conclusione?
 
Restare inchiodati alla controversia sul 7 aprile vuol dire non fare neppure un passo avanti. Così si suggerisce la penosa impressione di restare attaccati al passato, solo per nascondere l’incapacità di accettare le vere sfide.
- Ernesto Milanesi

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