MEDICI SPECIALIZZANDI, SPINA DORSALE DEGLI OSPEDALI

E' in corso un dibattito che coinvolge i media, l'Università, l'Ospedale, i medici strutturati e i medici in formazione circa le nuove normative messe in atto dal contratto di lavoro degli specializzandi medici. Prima di esprimere un qualsiasi parere da addetto ai lavori, ho ritenuto qui di riassumere brevemente ma fedelmente un lungo articolo scritto dal direttore del reparto di malattie infettive pediatriche della University of Michigan Medical Center in Ann Arbor, che affronta il problema specializzandi secondo il punto di vista Usa.
Dopo aver affrontato un caso clinico scrive Jane R. Gilsdorf: «Specializzandi come Diana e Don sono stati per lungo tempo la spina dorsale della attività clinica negli ospedali di insegnamento. Gli specializzandi hanno infatti tradizionalmente lavorato in questi ospedali allo scopo di ricevere una istruzione professionale e, poiché l'altruismo è il tratto distintivo dei medici, questi medici in formazione hanno svolto una gran parte del lavoro clinico, per molte ore e a fronte di una paga modesta. Cosa succede? Perchè Diana e Don non sono attivi in reparto come dovrebbero essere?». Secondo Gilsford: «Ciò è il risultato dell'attuale condizione di lavoro che assomiglia più ad un gioco ad incastro che ad un sistema in grado di provvedere una cura medica continua atta ad educare dei futuri specialisti.
Questa programmazione erratica è la conseguenza non voluta della nuova regolamentazione delle ore di lavoro degli specializzandi introdotta nel 2003 dall'Accreditation Council for Graduate Medical Education (Acgme), l'organismo di accreditamento dei programmi di educazione medica. Dal 2003 l'orario di lavoro degli specializzandi è severamente limitato a 80 ore settimanali. Queste regole, che riguardano negli Usa circa 100.000 specializzandi, erano dettate dal duplice scopo di proteggere i pazienti da pratiche mediche non sicure, dettate in stato di privazione di sonno, e di migliorare le capacità di apprendimento degli specializzandi. Le regole obbligano a periodi di riposo di almeno 10 ore tra i turni di lavoro. L'impatto delle nuove regole sulla performance dei medici e sulla sicurezza dei pazienti non è per ora giudicabile. Quello che viceversa è chiaro è che le nuove regole hanno effettivamente ridotto del 25% la forza lavoro medica negli ospedali, un quarto degli specializzandi non è più disponibile. Questa perdita di forza lavoro non è stata accompagnata dalla assunzione di nuovi specializzandi poiché, come responsabile dell'accreditamento, l'Acmge esige che i giovani medici ricevano una istruzione clinica eccellente, che verrebbe posta a rischio da uno sbilanciamento tra il numero di addetti e volume di attività clinica. A fronte di tagli vistosi nei budget degli ospedali e dei compensi per le prestazioni svolte, le alternative proposte (infermieri clinici e infermieri di anestesia, assistenti tecnici di sala operatoria, assumibili con lo stesso compenso degli specializzandi) sono legate a orari di 40 ore settimanali e quindi rappresentano un aumento di costi del 100%».
Gilsdorf commenta: «La conseguenze inattesa che stiamo verificando è che invece di produrre medici con alti standard professionali che seguono i loro pazienti per tutto il decorso (del parto, di un intervento, di una malattia o della vita) il sistema corrente ha creato una legione di turnisti, che abbandonano la scena quando scocca l'ora e non quando il lavoro è stato ultimato.
Nel valutare i programmi di insegnamento gli specializzandi chiedono una progressiva autonomia. Sanno che in futuro saranno responsabili in pieno della cura dei pazienti e temono che senza un certo grado di autonomia durante la specializzazione non saranno abbastanza pronti nelle loro decisioni. Sfortunatamente dei turnisti non potranno mai farsi il quadro completo necessario a prendere decisioni. L'ospedale pediatrico dove lavoro contiene due tesori preziosi, i bambini che saranno il futuro della nostra società e i medici del futuro che dovranno far progredire i nostri valori, tradizioni e pratiche mediche.
Il motivo per cui essi latitano è dovuto alle risorse inadeguate a compensare i limiti imposti dalle nuove regole. Abbiamo bisogno di intelligenza e risorse per ricreare il team medico e lavorare meglio in tempi più stretti, sfruttando le nuove tecnologie in modo da ricreare una continua tensione e comunicazione tra i molti membri del team. Quando ci domandiamo come allocare le risorse, cosa c'è di più importante di bimbi sani e medici competenti. La risposta è ovvia: nulla!». Lo scenario che l'articolo di Gilsdorf rappresenta è tanto più inquietante per noi perché la attesa promulgazione del contratto di formazione specialistica che di fatto allinea i compensi dei nostri specializzandi a quelli dei loro colleghi americani, contiene delle assurdità che verifichiamo ogni giorno sul campo. L'articolo 3 recita: In nessun caso l'attività del medico in formazione specialistica è sostitutiva di quella del personale di ruolo. Non si vede come ciò si concilia con la graduale assunzione di responsabilità prevista dallo stesso articolo e con l'autonomia dei programmi di insegnamento decisi dalle singole scuole.
Poiché il danno medico va compensato e poiché è interesse primario della comunità la formazione medica specialistica, 27 stati americani hanno introdotto una legislazione che pone un limite alle richieste di compenso per errori dovuti alla inesperienza di medici in formazione (Torts Claim Act). L'articolo 4 (- che ovviamente nessun specializzando rispetta -) recita: L'impegno richiesto per la formazione specialistica è pari a quello previsto per il personale medico del Servizio Sanitario Nazionale a tempo pieno (36 ore settimanali). Mi astengo volutamente da qualsiasi commento e lascio al lettore dell'articolo di Gilsdorf il compito di interrogarsi e trarre le proprie conclusioni su questa vicenda.
Giulio Rizzoliricercatore Università Padova