Quella lapide che accomuna partigiani e fascisti


PADOVA. Forse è perchè si va di fretta e fa caldo, forse è perchè la storia si dimentica, però basta una foto, una lapide vista scendendo da un treno, e la storia parla. Martedi 19 agosto, alla Caserma Pierobon e poi in via Santa Lucia a Padova, verranno ricordati i partigiani della rappresaglia fascista del 17 agosto 1944. Con loro, verranno celebrati anche gli assassini fascisti, incisi sulla lapide. Sette partigiani (Primo Barbiero, Pasquale Muolo, Cataldo Pressici, Antonio Franzolin, Ferruccio Spigolon, Saturno Bandini e Luigi Pierobon) furono fucilati nella caserma di via Chiesanuova, oggi intitolata ad uno di loro. Altri tre (Flavio Busonera, Clemente Lampioni, Ettore Calderoni) furono impiccati in via Santa Lucia. Erano in carcere per attività partigiana e furono giustiziati perchè le bande partigiane erano state incolpate della morte del colonnello Bartolomeo Fronteddu, militare fascista, in realtà ucciso da altri fascisti. Lo dicono i documenti, quelli della Questura padovana del tempo, che coincidono con gli atti dei processi celebrati al termine della guerra. Ad ammazzare Fronteddu sarebbero stati i fascisti Alfredo Calore, Giorgio Fai ed Agostino Gagliardo.
Nell'agosto 1948, il 5º Regg. Artiglieria C.A. Folgore, firmò la lapide di ricordo delle persone che «per l'Italia caddero», nella caserma di Padova. Fra i diciotto nomi (a cui vanno aggiunti i tre impiccati in via Santa Lucia) troviamo gli ammazzati dal 17 agosto 1944 all'aprile 1945, tutti partigiani, fuorchè i tre del 15 settembre 1944: Calore, Fai e Gagliardo. «Cioè i sicari fascisti assassini di Fonteddu», spiega Silvio Cecchinato, assessore alla cultura del Comune di Cadoneghe, che si è accorto del paradosso. «Furono condannati e giustiziati dalla Guardia Repubblicana un mese dopo la morte del Fronteddu. Eppure, noi celebriamo da anni - continua Cecchinato - i criminali e le loro vittime».
La storia è questa. Il 16 agosto 1944, il Tenente Colonnello Bartolomeo Fronteddu fu assassinato, per cause poco chiare, da Calore, Fai e Gagliardo. Lo dicono anche i documenti della Guardia Repubblicana e della Polizia di Stato. Poche ore dopo, il 17 agosto, per quell'omicidio furono fucilati i sette di via Chiesanuova ed impiccati i tre di via Santa Lucia. «Quelli che comandavano - dice Silvio Cecchinato - erano Federigo Menna, amico delle SS, poi scappato a Miami grazie all'organizzazione Odessa, e Giulio Baghino, fascista di primo piano che alla fine della guerra fu condannato a morte, usufrui dell'atto di indulgenza di Togliatti, la pena fu commutata in ergastolo, il processo frammentato, e alla fine fondò l'MSI assieme ad Almirante. Loro decisero fucilazioni ed impiccagioni».
Tre anni dopo la fine della guerra, i nomi dei tre sicari fascisti finirono sulla stessa lapide che ricorda i morti giustiziati per il loro omicidio. Il marmo riporta un motto: «Col mutar degli uomini nè delle cose muta la Patria nel volto dei morti». Ovvio, non parlano, però lo fanno le lapidi.

Aldo Trivellato