Addio Scagnellato, il calcio ti piange

Aurelio Scagnellato non c'è più. Il più famoso capitano del più famoso Padova calcistico di tutti i tempi si è spento nella sua casa di via Apollodoro, quartiere Arcella. Aveva 77 anni, ed era malato da tempo. La morte è avvenuta giovedi mattina ma, per espresso desiderio della famiglia, l'annuncio avrebbe dovuto restare riservato sino a funerale avvenuto. Cioè fino a questa mattina, alle ore 9, nella chiesa di Sant'Antonio all'Arcella. Avrebbe dovuto: perché invece la notizia è comunque trapelata nella tarda serata di ieri. Ed era una notizia che, data l'importanza, la statura e la notorietà di Scagnellato non poteva essere tenuta nascosta a tutti gli appassionati sportivi e non, che in questo momento, nell'apprenderlo, piangeranno la sua scomparsa. Con Aurelio Scagnellato se ne va infatti non solo il giocatore sicuramente più significativo nella storia del calcio padovano - tutta la carriera nel Padova dal 1951 al 1964, compresi i sette anni d'oro della serie A con Nereo Rocco in panchina, recordman assoluto di partite giocate in biancoscudato (349): in una parola sola: una bandiera - ma se ne va anche la memoria storica del Padova, di cui «Lello» figurava tuttora nei quadri come dirigente accompagnatore, e se ne va anche una persona conosciutissima in città, e la cui popolarità travalicava i confini del calcio e dello sport padovano. Scagnellato lascia la moglie Bruna e le figlie Antonella e Daniela.

di Furio Stella
Caro Lello, so già quello che ti chiederai leggendo il giornale: tutta 'sta roba solo per mi? E storcerai il naso, bofonchiando qualcosa con la tue «erre» arrotata, perché finire sotto i riflettori, a te, non ti è mai piaciuto. In tutti questi anni te ne sei sempre rimasto in disparte, non ti sei mai messo in vetrina, né incarichi di prestigio né passerelle in tv, nonostante uno che si chiami Aurelio Scagnellato avrebbe potuto farlo mille volte meglio e più meritevolmente di chiunque altro. Se c'è difatti un giocatore simbolo, uno solo, da eleggere in quasi cent'anni di calcio a Padova, non ci piove che quello sei tu. E non dirmi adesso che digo monàde: sta scritto o no sugli almanacchi che sei il giocatore che ha vestito più di tutti la maglia biancoscudata, varda qua, addirittura 349 volte in ben 13 campionati? Ed è vero no che sei stato lo storico capitano del più storico Padova di tutti i tempi, quello del paròn Nereo Rocco che allo stadio Appiani faceva tremare le grandi di serie A, e che nel 1957/58 arrivò addirittura terzo ma avrebbe potuto arrivare primo (per Gianni Brera ci sarebbe arrivato senz'altro) se solo gli arbitri in trasferta non vi avessero fischiato sempre e solo contro? Tu, il più padovano dei padovani, patronato dell'Arcella, anche se eri nato a Fortezza in provincia di Bolzano, ma solo perché il papà ferroviere c'era stato trasferito per un certo tempo per ragioni di lavoro. Dunque, che ti piaccia ricordarlo o no, questo eri del Calcio Padova: un monumento. Un simbolo. Un punto fisso di memoria. Anche se non te n'è mai importato niente. Anche se la gloria passata l'hai portata come si porta un vestito qualunque. Visibile solo a chi, per età e competenza, la poteva riconoscere. Come riconobbe per esempio quell'anziano dirigente al Sud - Palermo o Messina non mi ricordo: erano gli anni in cui accompagnavi ancora il Padova in trasferta - che all'ingresso dello stadio senti pronunciare il tuo nome, «Scagnellato», e subito scansò tutti, si profuse in inchini e complimenti, ti fece accomodare in tribuna e ti portò pure il caffè con la tazzina di porcellana.
Discreto eri e discreto sei rimasto. Umile, sempre al servizio della squadra. Capitano prima, poi dirigente, accompagnatore, anche direttore sportivo come ti capitò per tre anni dal 1968 al '71 con Giovanni Lovato presidente, più naturalmente «anima» degli Ex biancoscudati assieme ai tuoi amici Gastone Zanon e Alfredo Schiavo. Mai un fronzolo, un'alzata di tono e di voce, una vanteria qualunque. Neanche quando ti adulavano che ai tuoi tempi con te in difesa non passava nessuno, che avevi marcato i più grandi centravanti della serie A: Charles, Nordahl, Angelillo. E quando uno ti chiedeva com'è che avevi fatto a fermare Nordahl sui calci d'angolo, tu mettevi il tuo piedone sopra il suo e gli dicevi: «Ecco, cosi facevo». E davanti alla sua meraviglia e alla sua bocca aperta gli rinfacciavi: «Ma davvero pensi che uno come mi poteva fermare uno come Nordahl?». Trucchetto che probabilmente in campo usavi davvero: ma era, appunto, la conferma della tua umiltà, che era poi l'umiltà vera e contemporaneamente la forza del Padova di voi «panzer»: quella di avere coscienza prima di tutto dei propri limiti. Nel sapere perfettamente dove può arrivare la gamba. Non un metro prima né un metro dopo.
Nel sapere anche cos'è il sacrificio, quello vero. Cosa che tu, Lello Scagnellato, classe 1930, dunque passato in mezzo con la tua famiglia al ciclone della guerra, sapevi benissimo. Finita la terza al «Bernardi», visto che i soldi in casa non bastavano, avevi già dovuto andare a lavorare. Prima che il Padova ti aprisse le porte come calciatore, nel 1951, prendendoti dalla Luparense (ma avevi iniziato nel Plateola), hai fatto di tutto: il carpentiere, poi addirittura il vetraio con il forno a ottocento gradi, infine da Casarotti quello delle macchine agricole e dei cartelloni stradali. «Quando lo raccontavo ai ragazzi, che avevo lavorato anche per 16-18 ore al giorno, mi guardavano meravigliati. Ora non si usa più, certo che no», raccontasti dopo un incontro con i giovani dell'Antonianum a cui un tuo amico prete ti aveva invitato.
Non ha mai segnato un gol perché l'ordine drio era di giocare coperti, però hai avuto una bandiera sola, quella biancoscudata. Non perché ti fossero mancate le richieste, la Lazio, le due Milano, anche la Juve, ma perché, come racconti anche nel bel libro di Pino Lazzaro che raccoglie le memorie di tutti gli ex, alla fine hai sempre preferito restare a Padova. «Avevo la mia famiglia e non me la sentivo di affrontare la grande città. Non mi ci sentivo preparato».
Con tutte queste qualità, non ultima quella di saper giocare bene al calcio ed essere stato - da stopper come si diceva allora - uno dei pilastri difensivi del catenaccio (o meno dispregiativamente «mezzo sistema») di Nereo Rocco, capitano c'eri diventato per forza. Perché aldilà della tecnica e della forza fisica avevi quel qualcosa in più: un alone, un'aureola, non lo so. So che capitano, come ancora ti chiamava adesso il tuo più grande amico Toni Pin, lo eri già prima ancora di diventarlo. E, da capitano appunto, eri l'unico che potevi rivolgerti al Paròn anche nei momenti in cui il Paròn era assolutamente inavvicinabile. Come quella volta - lo raccontasti a Gigi Garanzini, in cerca di memorie per il suo splendido libro su Rocco - che fece il cazziatone a Boscolo, detto «Boscoleto», per essere arrivato all'allenamento in ritardo di un giorno. «Chi, chi te ga dà il permesso?», gli urlava Rocco. E Boscolo, impietrito, non osava dirgli quello che solo tu, fra tutti, osasti dire: «Signor Rocco, mi scusi se mi permetto, ma il permesso gliel'ha dato lei». («Se lo dici tu, allora Boscolo xe perdonà», concluse il Paròn). O come quella volta che tu e lui passaste alla sera tardi, usciti da «Cavalca», sotto una finestra aperta da cui uscivano le voci e le risa di quattro tuoi compagni del Padova. Anche il fumo di sigaretta usciva. Rocco stava per salire e farli a pezzi tutti quanti, e invece tu lo fermasti sulle scale «per il bene della squadra». Infatti la domenica vinceste e al lunedi fosti tu che da capitano ti eri preso la responsabilità della situazione, non il Paròn, a congelare a tutti e quattro i premi partita senza spiegare il perché, in quanto «il perché lo dovreste già sapere». Difatti nessuno fiatò.
Per non parlare poi del momento più decisivo: quando Rocco, disperato per gli insulti della stampa sportiva contro l'«aberrazione», lo «scandalo», il «non gioco» del Padova in trasferta, si stava quasi per rassegnare a cambiare modulo e di giocare un po' più all'attacco. Ve lo chiese all'allenamento, cosa doveva fare, e anche quella volta l'unico a prendersi la responsabilità di parlare sei stato tu. «Signor Rocco - gli dicesti semplicemente - siamo tutti con lei».
Gheto finio? Si, Lello, ho finito. Lo vedi che hai deciso di andartene come sei vissuto, in punta di piedi, discretamente, quasi senza voler disturbare. E' il modo che ti ha sempre appartenuto. Persino la stagione hai scelto: l'estate, quando il calcio non c'è, il campionato è fermo e cosi non faccio neanche restare male i tosi. Ma io tutte queste cose le ho imparate, me le ricordo bene, e figurati se in questa serata assurda che sono qui a battere sui tasti quello che non avrei mai voluto, potevo tenermele dentro. Te lo dovevo, caro vecchio Lello. Te ne dobbiamo in tanti. Ora stammi bene, e salutami tanto Rocco e Blason.