«La rivolta di Trani e il ruolo di Vesce»

La prima pagina del 10 gennaio 1981 ospita la notizia che il professor Toni Negri e altri due padovani del «caso 7 aprile», Emilio Vesce e Luciano Ferrari Bravo, detenuti a Trani, erano fra gli incriminati dalla magistratura per la rivolta scoppiata nello stesso carcere pugliese. Su questa vicenda ci ha scritto la moglie di Vesce, la signora Gabriella Gazzea.
Gentile direttore, purtroppo quella prima pagina fu un esempio di disinformazione. A Trani quella sera ero arrivata in auto per portare a casa libri, e tutto ciò che Emilio non sarebbe riuscito a portarsi sulle spalle, avendo avuto dal giudice il trasferimento in un carcere più vicino a casa. Al Tg della sera sento la notizia della rivolta: «19 guardie carcerarie sequestrate e il giudice D'Urso rapito dalle Brigate Rosse». Mi precipito ai cancelli del carcere. Fuori c'erano i parenti delle 19 guardie sequestrate, alcuni parenti di detenuti, giornalisti, polizia, politici. Il Direttore del Carcere di Trani mi si avvicina e mi dice: «Signora mi spiace molto per suo marito». La tv dava la notizia: «Rivolta al Carcere di Trani, capo della rivolta Vesce, una Duecavalli targata PD si aggira probabilmente per mantenere i rapporti tra i brigatisti e i rapitori del giudice D'Urso». Ho rischiato di essere pestata dai parenti delle guardie carcerarie. Mi sono offerta, con il fratello di un detenuto del 7 aprile, di entrare nel carcere, al posto del direttore perché avrebbero lasciato libero un agente di custodia ferito... Ma non c'è stato nulla da fare. L'onorevole Scamarcio del Psi che teneva i contatti con i rivoltosi, chiuse le trattative. Arrivarono gli elicotteri con «le teste di cuoio», sul tetto del carcere, iniziò un bombardamento incredibile, si sentivano scoppi e urla. Arrivarono ed uscirono dal carcere ambulanze a sirene spiegate.
Gli imputati del 7 aprile, Toni, Emilio, Luciano, e altri erano stati chiusi assieme ai 19 secondini, furono pestati tutti, con il calcio dei fucili. Quando chiesero l'identità di ciascuno con il mitra ficcato in bocca, individuarono le guardie «ferite» e chiamarono i soccorsi. I detenuti furono spinti a calci e fatti passare tra due file di «incappucciati» con manganelli. A Emilio, «uno dei capi», toccò due volte il percorso. Naso e costole fratturate. Arrivò il mandato di cattura per la rivolta, per il sequestro delle guardie e del giudice D'Urso. Dopo l'interrogatorio, nulla, prosciolti ovviamente, senza alcuna informazione sui media. I radicali entrati nel carcere ricevettero da Emilio, Luciano, Toni e altri un comunicato stampa di dissociazione dalla rivolta, che procurò loro ulteriori tensioni, per usare un eufemismo, con i brigatisti. Dopo 5 anni, 5 mesi, 5 giorni di carcere preventivo, tre mesi di confino Emilio Vesce e Luciano Ferrari Bravo furono assolti. Padova deve far piena luce sulla malagiustizia e disinformazione riguardo il processo 7 aprile. Domani cade il settimo anniversario della morte di Emilio e credo sia corretto rendergli giustizia.
Gabriella Gazzea Vesce