Tutte le ricchezze di Marco Polo


«Non c'è dubbio. Il testamento di Marco Polo è assolutamente autentico». Aristocraticamente perentorie le parole di Marino Zorzi, direttore della Biblioteca Marciana custode del prezioso documento, non lasciano spazio a illazioni di sorta sulla pergamena, larga 24,5 centimetri e lunga 67,5, che sarà esposta alla mostra di Treviso «Gengis Khan e il tesoro dei Mongoli».
Faceva parte di una miscellanea di documenti rari di vario tipo e di varie epoche, messa insieme da Amedeo Shweyer - che si firmava Svajer adottando la pronuncia veneziana - settecentesco console tedesco di Augusta, la cui collezione fu poi acquistata in parte dalla Marciana e in parte dalla famiglia Manin. In occasione della mostra, la pergamena con le ultime volontà di Marco è stata separata dalle altre, per continuare a vivere in beata solitudine.
L'atto non reca alcuna scritta autografa di Marco: vi è solo la menzione del signus manus, ossia, come era in uso a quell'epoca aveva toccato simbolicamente la pergamena ad indicare che approvava il contenuto dell'atto e lo riteneva rispondente alla sua volontà.
Marino Zorzi, nel volume La Biblioteca Marciana pubblicato nel 1988, aveva già studiato il tutto e dà alcune indicazioni fondamentali: la data indicata è il 9 gennaio 1323, ma l'anno veneziano incominciava il 10 marzo, il testamento è perciò del 1324 e la morte di Marco si verificò poco dopo.
Dunque Marco nomina eredi la moglie, a cui lascia una pensione annua di otto ducati, le rende la dote e altri arredi, alle figlie invece il grosso della sua fortuna, beni mobili e immobili. I lasciti in denaro, facendo un rapido calcolo, corrispondevano a 72 chili e 16 grammi in oro. «Unica, pallida eco dei celeberrimi viaggi - scrive Zorzi - la menzione di uno schiavo tartaro, Pietro, che viene affrancato e riceve cento lire di denari piccoli».
Ma se nel testamento Marco non fa cenno alle sue straordinarie avventure e alle fortune che si portò dalla Cina, ci pensano altri documenti a far luce su questo. Del 1311, il 9 marzo per la precisione, è una sentenza dei giudici di Petizion a favore di Marco e Giovanni Polo nella lite per mancata resa di conto di una partita di muschio. La testa e le zampe del Moschus moschiferus - scrive Alvise, fratello di Marino, nel suo volume Vita di Marco Polo veneziano - l'animale che produce quella sostanza dal profumo forte e penetrante, Marco se le era portate dalla Cina, oggetto di meraviglia da parte degli ospiti, oltre al pelo di yak «lungo tre palmi e sottile come la seta», un drappo di seta «a stranii animali», redini di foggia singolare, stoffe traforate in oro, bottoni di ambra. «Una zoia d'oro con piere e perle» del valore di ben 14 lire di danari grossi - con tre lire all'anno un artigiano campava comodamente - era l'oggetto fra i più preziosi, forse addirittura la corona della principessa Cocacin, donata a Marco in ringraziamento della protezione durante il drammatico viaggio dalla Cina al Khorasan.
La principale attrazione per gli ospiti di Marco era sicuramente la paiza, che valeva ben venti lire di denari grossi, la tavola d'oro del comando che dovunque imperasse il Gran Khan apriva tutte le porte, procurava tutte le obbedienze.
Nel suo testamento del 6 febbraio 1310 lo zio Maffio dichiarava di aver già consegnato a Marco tre tavole d'oro «que fuerunt magnifici chan tartarorum».
E se nel testamento Marco lascia alle figlie, tutte sposate benissimo con gentiluomini patrizi, una con un Bragadin, una con un Querini e l'altra con un Dolfin, beni mobili senza citare nemmeno un oggetto, ecco che un'altra sentenza, del 12 luglio 1366, in favore di Fantina Polo vedova Bragadin per il recupero dei suoi beni di cui la cognata si era ingiustamente appropriata, riporta a un mondo lontano, a ricchezze straordinarie, a sogni e leggende. La famosa zoia di cui sopra, un'altra tavola in oro, drappi in oro e in seta, tessuti in tafetà, cofanetti, cinture in argento, anelli con rubini e turchesi, un rosario, forse musulmano, «a modo de paternostri», brocche di pietre preziose e perle, un mantello in taffettà e oro a fiori, fiocchi d'argento, catini in bronzo e in marmo e due sacchi di carte da colleganza, cioè contratti mercantili.
La morte colse messer Marco Polo Milion a settant'anni e ancora una volta ebbe il padre e lo zio come compagni di viaggio ai confini dell'ignoto nell'arca di famiglia a San Lorenzo, che verrà devastata dalle truppe napoleoniche nel 1813 e le ceneri del grande viaggiatore disperse per sempre.

Alessandra Artale