«Un anno con Andy Warhol poi lanciai Bottega Veneta»


PADOVA.La casa, immersa nel verde, sorge tra Padova e i Colli Euganei; là dove la strada, dopo aver traversato la campagna, inizia a salire con dolcezza. Oltrepassata la soglia, l'ospite si trova davanti ad un universo speciale, ad un sogno realizzato: un susseguirsi di stanze luminose con soffitti a travi, pavimenti in legno chiaro, camini in pietra, dentro cui crepita la brace. L'arredamento è fantasia e poesia, amore per ogni forma d'arte, piacere della scoperta e della curiosità appagata: un gioco di luci soffuse carezza gli oggetti, ne esalta i colori e li sfuma, svelando inedite armonie. I cani di casa si rincorrono tra poltrone e divani, qua bianchi e là rosso fuoco; sfiorano i cantonali cinesi laccati senza mettere in pericolo i vasi di vetro liberty e le collezioni di piccoli argenti sui tavoli. Su una parete brillano le cornici dorate di due acrilici di Andy Warhol, maestro della pop art, intitolati «Ombre «e «Dollaro»: Laura Braggion, viso da eterna ragazza e accento di chi ha trascorso una vita all'estero, accoccolata sul divano li fissa con un sospiro: «Che nostalgia. Com'è stato divertente quel periodo della vita... ».
Vogliamo partire di là?
«Era la metà degli anni Settanta ed ero volata a New York per aprire la filiale americana dell'azienda di famiglia, la Bottega Veneta».
Quella delle favolose borse in pelle intrecciata?
«Si. L'aveva messa su mio marito nei primi anni Sessanta, quando il mercato dell'alta moda made in Italy non era ancora saturo di griffe e c'era la possibilità di trovare un proprio spazio e di crescere. Ancor oggi quei primi modelli lavorati a mano con un doppio strato di pelle costituiscono il must del marchio Bottega Veneta».
Era volata a New York, dicevamo...
«Si, trovandomi catapultata all'improvviso in un mondo per me nuovo ed eccitante. La New York di allora, come oggi d'altronde, era la città più bella del mondo: terminata la guerra in Vietnam, c'era benessere, i primi yuppies facevano fortuna a Wall Street ed una colonia di europei, temendo rapimenti in patria, vi era approdata e vi conduceva una gran vita. Ogni sera c'erano quattro, cinque party affollatissimi da frequentare: sa, come in certe commedie del cinema americano? Proprio allora si apriva lo Studio 54, primo night di quel concetto e melting pot di razze, vizi e sfizi della New York by night più cool: dove incrociare Liza Minnelli, Bianca Jagger, Marisa Berenson, Diane Von Furstenberg, una giovanissima Paloma Picasso... Eravamo andati ad abitare al 68 di Lexington Avenue ed Andy Warhol stava al 66; poco dopo esserci conosciuti mi chiese di diventare la sua segretaria alla Factory. Che emozione. Accettai subito, anche se con l'inglese me la cavavo cosi cosi... ».
Come mai venne scelta?
«Andy e Fred Hughes, presidente della Andy Warhol Enterprises, trovavano chic una segretaria che non parlasse l'inglese; ed io avevo avuto la fortuna di attrarre la loro attenzione».
Cos'era la Factory, che per la discussa pellicola «Factory girl» con Sienna Miller, sta ritornando al centro del dibattito mediatico statunitense?
«Era il luogo più creativo d'America, il centro del mondo: un enorme spazio, circa cinquemila metri, all'86 di Broadway, alla fine di Union Square. Io sedevo ad un tavolone all'ingresso con due colleghi; poi c'erano lo studio di Fred, una sala da pranzo, una cucina, la redazione del giornale Interview e, in fondo, l'enorme stanza dove lavorava Andy con i suoi assistenti. Cercavo di cavarmela al meglio, pur essendo incinta del terzo figlio e provando una gran voglia di dormire; anche perché a chiamare al telefono erano persone come Nancy Reagan o Diana Wreeland, la mitica direttrice di Vogue America e poi del Metropolitan Museum».
Perché tante celebrità?
«Tutti volevano conoscere Andy, invitarlo da qualche parte, essere suoi amici».
Ma lui com'era davvero?
«Molto riservato, parlava pochissimo e lavorava moltissimo; era spaventato dalle donne perché anni prima una fanatica gli aveva sparato a bruciapelo, ferendolo gravemente. Andava in giro a fotografare con una Polaroid indossando jeans, giacchettina e in testa la famosa parrucca bionda a caschetto. La mattina, quando usciva di casa, si recava alle aste e comprava di tutto, era un formidabile collezionista».
Quanto è rimasta alla Factory?
«Un anno. Poi è nato mio figlio e mi sono occupata full time di Bottega Veneta negli Usa e in Italia».
Con quali compiti?
«Seguivo il prodotto in tutti i suoi passaggi. Sia a Vicenza, dov'era la fabbrica, che in America, ero la creativa della griffe e con una squadra di disegnatori due volte l'anno impostavamo le nuove collezioni di borse, scarpe, piccola pelletteria, valigie, cravatte, ready to wear. Poi, per farlo conoscere e contattare i clienti, viaggiavo come una trottola tra l'Italia e New York, tra la California ed il Giappone. Un impegno, che mi assorbiva dodici ore al giorno».
E i figli?
«I bambini frequentavano la scuola a New York. Come tante donne ho provato sulla mia pelle cosa significa lavorare senza soste ed avere una famiglia: non è vero che si possono far bene entrambe le cose in contemporanea! Comunque facevamo in modo che o il papà o la mamma fossero sempre accanto ai figli».
Ricorda qualche cliente celebre?
«I «collezionisti di Bottega Veneta ad ogni stagione venivano ad acquistare i modelli nuovi, preziosi come piccoli gioielli. Negli anni Sessanta, quando mio marito ha aperto il primo negozio a Venezia in Calle Vallaresso, sono stati proprio gli americani a scoprirci: per i saldi arrivavano a frotte e questo ci ha spinti al grande volo oltreoceano. Ma piacevamo anche alle francesi: Danielle, moglie del presidente Mitterand, era nostra cliente; come in America Rosalyn, moglie del presidente Carter e Barbara, moglie di Bush sr, conosciute entrambe di persona. Nel negozio di New York in Madison Avenue veniva regolarmente anche Jackie Kennedy».
Com'era da vicino?
«Non alta come sembra dalle foto e neppure magrissima. Sa come si dice nell'upper class? 'Never too rich and never too thin", mai abbastanza ricca e mai abbastanza magra. Era davvero un'icona della moda, però, e parlava sottovoce, come se bisbigliasse».
Quant'è durata questa vita all'adrenalina?
«Fino al luglio 2001, quando abbiamo venduto l'azienda al gruppo Gucci. Una fortuna, perché tre mesi dopo, con l'11 Settembre, il mondo della moda è entrato in crisi. Ora Bottega Veneta è una delle griffe più prestigiose del polo del lusso di Francois Pinault, il proprietario di Palazzo Grassi».
Com'è stato fermarsi di colpo?
«Un trauma. Ha presente un altoforno, che di colpo non viene più alimentato? Siamo vissuti un anno a Londra e uno a Parigi, poi ho capito che dovevo focalizzarmi sul futuro. I figli erano grandi, due di loro avevano creato i loro marchi di moda e l'altro lavorava a New York. Ho riavvertito il richiamo della passione infantile per l'archeologia e mi sono iscritta alla Facoltà di Lettere dell'Università di Padova, entrando in contatto con l'équipe del professor Jacopo Bonetto, giovane e brillante archeologo dell'Ateneo. Seguo le sue lezioni con diligenza e sotto la sua guida ho iniziato a scavare a Creta, in Sardegna. Lavorare con le mani mi dà un'enorme soddisfazione, è ancora un modo per esprimere la mia creatività; tanto che ho in animo di raccogliere fondi per la ricerca universitaria in campo archeologico. Senza trascurare l'altra mia grande passione: l'arte contemporanea. Amo in particolare la scultura, perché ho un modo di vedere tridimensionale e... vede la collina là fuori? Alcuni artisti tedeschi vi realizzeranno, tra il verde, delle installazioni con cassette per l'acqua minerale in plastica bianca; che io definisco versioni moderne del gazebo».
E' divenuta un animale domestico?
«Ma quando mai! Oggi viaggio soprattutto per visitare mostre d'arte moderna in tutto il mondo. Il mese scorso sono stata a Miami, tra pochi giorni ripartirò per New York, poi a Madrid e al Cairo. Ma quando ricominceranno le lezioni di archeologia all'Università, ritornerò a fare la studentessa a tempo pieno».
Parlando del futuro abbiamo scordato il passato. Dove è nata?
«La mia famiglia è di Montegrotto, ma io sono vissuta in collegio a Padova Fino a diciott'anni. Uscita dal Marianum ho fatto la au pair in Inghilterra per imparare la lingua, ma non abbastanza da parlarla fluently... una fortuna, pensando ad Andy. Quando mi sono sposata mi sono stabilita a Padova, dove sono nati i primi due figli e dove con mia sorella Paola nei primi anni Sessanta abbiamo aperto in via Altinate Top's, un negozio di arredamento moderno, che ha avuto grande successo. Nel frattempo Bottega Veneta era cresciuta e si è imposta una scelta».
La domanda conclusiva è d'obbligo: secondo lei, cosa fa elegante una donna?
«A mio parere, o sei elegante d'istinto o non lo sei e questo è valido per tutto quello che fai: o sei o non sei. Certo l'eleganza non dipende solo dal vestire, credo che alla base di tutto ci voglia una grande spontaneità».

Adina Agugiaro