«Salvati dal degrado sette cimiteri»


«Nuah al mishkavha be shalom»: riposa in pace nel tuo letto. Aldilà di un portone in via Isidoro Wiel, nel cuore di Padova, si apre un giardino segreto: è il più antico cimitero ebraico della città, costruito nel XVI sec; dopo che il primo, fuori Porta Codalunga in zona Stazione, venne distrutto durante l'assedio di Padova del 1509 dagli eserciti della Lega di Cambrai. Altri due più recenti si trovano nelle vicine vie Campagnola e Canal. Sopra le lapidi in pietra friabile poggiano sassi che il vento non fa cadere; pace e silenzio convivono col fervore dei lavori di restauro, in grado di restituirli rinnovati al patrimonio artistico della città. Oggi, domenica 3 Settembre 2006, settima giornata europea della Cultura Ebraica, a Padova come in altre 44 città italiane la Comunità ebraica apre ai concittadini i suoi luoghi religiosi più ricchi di simboli: i vecchi cimiteri e le due Sinagoghe del Ghetto. Ne parliamo con l'ingegner Davide Romanin Jacur, presidente della Comunità.
Che significato hanno i sassi sopra le lapidi?
«Sono un segno di affettuosa testimonianza nei loro confronti. L'abitudine deriva dalle antiche sepolture nel deserto roccioso di Giudea, dove in assenza di caverne, lo strato di sassi sovrastanti serviva a rendere i luoghi di sepoltura visibili agli uomini ed inaccessibili alle fiere».
Le personalità significative sepolte in via Wiel?
«Come nel cimitero di Viale Codalunga riposava Don Itzhak Abravanel, ministro di Ferdinando II re di Spagna, qui è sepolta una celebre figura d'intellettuale, morto a Padova nel 1565: il cecoslovacco Meir Katzenellenbogen, grande studioso dell'Ebraismo e fondatore di una scuola di pensiero, che conta numerosi discepoli negli Stati Uniti. Sono loro a deporre sassi in quantità sulla tomba del maestro».
Quando giunsero a Padova gli Ebrei?
«Il primo, di cui abbiamo notizia nel 1289 è il medico Jacopo Bonacosa, ma non sono escluse altre presenze sin dal secolo precedente; tuttavia solo nel 1380, con l'ospitalità concessa dalla signoria dei Da Carrara, si costitui la prima comunità locale».
Cosa li attirava in città?
«Tre fattori: il primo, l'apertura di Banchi di prestito di denaro sulla parola, attività vietata ai cristiani; anche se non di rado padroni dell'attività finanziaria erano i signori locali e gli Ebrei dei semplici prestanome. Fatto sta che anche dopo l'apertura dei Banchi di Pegno nel'500, a causa dell'eccesso di burocrazia per accedere al credito, studenti ed agricoltori continuarono a ricorrere agli ebrei. Il secondo, il fatto che l'Università di Padova era l'unica in Europa a concedere anche una laurea laica; quando la norma era che il titolo di studio venisse assegnato dal Vescovo dopo una professione di fede: è' stato il pensiero laico a fare di Padova un centro di cultura di respiro internazionale. Terzo: ad ogni ondata di progrom in Europa, anche qui gli ebrei perseguitati trovavano rifugio. Erano più numerosi gli Askenaziti dell'Europa dell'Est o i Sefarditi, provenienti dalla Spagna? I primi, mentre a Venezia prevalevano i secondi. Non dimentichiamo che il nucleo ebraico più antico è rappresentato dagli Ebrei italiani, presenti nella Penisola sin dall'epoca romana».
Quando la vita cominciò a farsi difficile per gli ebrei padovani?
«Quando la Repubblica di Venezia ordinò che venissero rinchiusi nel ghetto dell'attuale Via S. Martino e Solferino. Nei due secoli successivi arrivarono a risiedervi anche un migliaio di persone in contemporanea; seppur decimate dalla peste del 1630 e soggette ad incursioni violente per motivi di carattere religioso. Ma anche nel ghetto gli ebrei portarono avanti fiorenti commerci ed a partire dal sec. XVII diedero inizio ad attività industriali; specie la tessitura della lana e la filatura della seta».
Sino a quando durò il ghetto?
«Fino all'arrivo di Napoleone nel 1797, che lo fece aprire. Caso unico in Europa, dove in nessuno stato era concesso agli ebrei di possedere beni immobili, dopo che vennero immesse sul mercato le proprietà, confiscate dall'imperatore francese alla chiesa e che quest'ultima proibi ai cristiani di acquistare, furono gli ebrei a rilevare grandi patrimoni in case e terreni. Cosi, dopo che il mercante Trieste nel 1645 ebbe introdotto i primi telai per la seta in provincia di Padova e gli ebrei furono divenuti col tempo i più floridi industriali nel campo, si consolidarono anche in ramo immobiliare le ricchezze delle famiglie locali più in vista: i Trieste appunto, i Wollemborg, i Corinaldi, i Treves ed anche i Romanin Jacur. Tornando ai ghetti: a livello ufficiale, solo nel 1818 un decreto dell'Imperial Regio Governo li aboli».
In quale momento la Comunità ebraica fu più visibile in città?
«Agli inizi del'900: quando gli iscritti erano circa un migliaio, di cui un Levi Civita sindaco di Padova; un Polacco Rettore dell'Università; un Corinaldi deputato e un Romanin Jacur-Leone, prozio di mio padre, sottosegretario agli Interni nel governo».
Come spiega la credenza secondo cui gli ebrei sarebbero individui di intelligenza superiore?
«Semplice: per poter accedere direttamente alla lettura delle Sacre Scritture, essi sono sempre stati obbligati a saper leggere e scrivere. Ora, nel '700, quanta parte della popolazione in Italia era alfabetizzata, al di fuori dei religiosi e degli universitari? Una minima percentuale, entro la quale gli ebrei costituivano un'entità numericamente rilevante. L'abitudine a saper leggere e scrivere li ha portati ad essere persone che ragionano con la propria testa; non omologate; spesso con ruoli significativi accanto a personalità di potere».
Perché invece il ruolo di perseguitati in ogni tempo e luogo?
«La storia ha sempre avuto bisogno di un capro espiatorio, contro cui dirottare la violenza persecutoria delle masse; distogliendone l'attenzione da problemi ben più reali, spesso fatti di miseria e di fame. L'antisemitismo odierno in Europa è legato ad ideologie estreme di destra e sinistra; ne permane uno di origine culturale, destinato ad attenuarsi col ricambio generazionale».
Tornando ai luoghi di culto padovani: a quando risalgono le sinagoghe?
«Quell'oggi in uso, di rito italiano, al 1548; mentre quella di rito «todesco» di via delle Piazze, distrutta da un incendio di matrice fascista nel'43, è del 1522. Ne esisteva anche una spagnola, più piccola, di fronte all'attuale di Via S Martino e Solferino».
Quanti morti nei campi di concentramento ha avuto la Comunità Ebraica padovana?
«Quarantasette».
Oggi di quanti membri è composta?
Siamo 170 iscritti.Bisogna tener conto tuttavia che dopo le perdite della guerra e la costituzione dello stato di Israele, 43 giovani padovani sono andati a vivere laggiù, compresa mia sorella Lia: 43 nuclei familiari padovani in meno».
Ci dà qualche notizia sulla sua famiglia?
«Il cognome composto deriva da quelli di Anna Jacur, figlia di Moise Vita e di Salomon Romanin, sposatisi ad iniziò '800; lui mori a soli 33 anni, dopo aver avuto 3 figli maschi, che il nonno materno adottò facendo aggiungere il suo al cognome del loro padre. Gli Jacur provenivano da Corfù, territorio della Serenissima e sin dal '500 erano soliti laurearsi a Padova in Medicina e filosofia per poi rimpatriare. Sino a quando il padre di Moisè Vita, imbevuto di pensiero illuminista, non decise di trattenersi qui e Moisè fissò poi la residenza a Venezia, in un palazzo a fianco della Cà d'Oro. I Romanin, provenienti nel '500 da S. Daniele del Friuli, si stabilirono anch'essi a Venezia e lo zio di Salomon, alla fine del '700, scrisse la prima grande «Storia della Repubblica di Venezia». Moise Vita Jacur fu tra i fondatori della Banca Popolare di Padova (ora Antonveneta) e Presidente della Camera di Commercio».
Lei si è fatto parte attiva nella sistemazione dei cimiteri ebraici...
«La sognavo da vent'anni. A causa del microclima sfavorevole, della minor manutenzione negli ultimi decenni e dal vandalismo di alcuni cittadini, essi versavano in uno stato di grave degrado. Abbiamo ottenuto dalla Regione Veneto un finanziamento in grado di restaurarne sette: cinque a Padova e due a Rovigo. Le ditte incaricate stanno compiendo un lavoro eccezionale di recupero e di ricomposizione dei frammenti delle tombe; alcune delle quali sono state riportate alla luce per intero da sottoterra. Si è partiti da un lavoro di rilievo e catalogazione dell'esistente e da un primo progetto, per passare poi a ricerche chimiche e micro-biologiche. Ricostruita ogni lapide in dettaglio, siamo a metà dei lavori di consolidamento e ripristino. Verranno conclusi entro il 2008».

Adina Agugiaro