Era «Il facchino del Nordest»


Raccontare Giorgio Lago significa raccontare il Veneto degli ultimi venti anni. E' inevitabile, succede anche se non si vuole, e succede proprio a tutti: ai suoi amici come ai politici, ai giornalisti come agli industriali. Lo dimostrano le pagine di Il facchino del Nordest, il libro che sarà domani in vendita con il nostro giornale e che, come dice il sottotitolo, ricostruisce la storia di «Giorgio Lago, un'eredità da raccogliere. Trent'anni di giornalismo critico».
E' un libro a più mani, che ospita interventi di Massimo Cacciari, Francesco Iori, Paolo Possamai, Giuseppe Covre, Ilvo Diamanti, e poi una decina di interviste di Gianni Montagni a personaggi vicini in diverso modo a Lago, da Mario Carraro a Sergio Campana, da Pietro Marzotto a Ferdinando Camon ed altri ancora. Quello che colpisce è che parlando di Lago tutti, ma proprio tutti, comincino a dare cifre dell'economia veneta, a parlare di industria e infrastrutture, di emigrazione e lavoro, di Bisaglia e Galan, quasi fosse impossibile scindere il giornalista da quello che è stato il mondo che ha provato a capire e raccontare.
Da questo punto di vista Giorgio Lago è stato un caso pressoché unico in Italia, e lo stesso titolo del libro lo dimostra. Paolo Possamai, ricostruendo gli anni tra il 1996 ed il 2004, quando Lago ha collaborato attivamente ai giornali del Gruppo Espresso, ricorda il doppio ruolo che il giornalista si era assunto: da un lato fare da interprete, quasi da traduttore delle esigenze del Nordest nei confronti della opinione pubblica nazionale; dall'altro dialogare di cose concrete, di prospettive, di speranze autentiche con chi abitava la sua stessa terra. In questo senso Giogo Lago era Il facchino del nordest, come lui stesso aveva scritto, quasi rinnegando la paternità di quella intuizione, «Nordest», che tutti gli riconoscevano.
Scriveva nel 1996, nel suo ultimo editoriale pubblicato su Gazzettino: «Se come direttore ho avuto un ruolo politico, lo è stato di facchino del Nordest, intento a trasportarne i materiali, identità, campanili, movimenti, febbre di autonomia, capitalismo sociale di mercato, l'ora et labora di chi ha imparato dalla fatica contadina che lavoro è anche ancestrale paura di perderlo.
Su tutto, il federalismo che parte dal basso, dai sindaci di paese e di città». Perché il federalismo è stato in fondo il vero ideale politico di Lago, come ricorda Massimo Cacciari, come conferma Mario Carraro, i due uomini che ad un certo punto sono stati i più vicini a Lago dal punto di vista della rivendicazione della identità politica del Nordest. Un federalismo, come ricordano Francesco Iori e Giorgio Covre, legato al basso, alla esperienza quotidiana, non alle architetture costituzionali, alle maxiregioni, ai nordismi di maniera. Covre ricorda come Lago sia stato il primo a sdoganare la Lega, anzi la Liga, perché di quella ancora si trattava.
Agli inizi degli anni novanta, per Lago, era giunto il momento di porre realmente sul tappeto la questione settentrionale e Covre in fondo è l'unico a ricordare come il movimento dei sindaci sostenuto da Lago dei risultati concreti li abbia prodotti, forse gli unici risultati concreti, perché immediatamente operativi, attraverso la riforma firmata da Bassanini. E forse questo spiega perché Lago, come ricorda Mario Carraro, sia rimasto fino all'ultimo ottimista, anche di fronte al tramonto della stagione che lui stesso aveva contribuito ad alimentare.
La fiducia era in quel venetismo originario, di matrice contadina, che Lago riteneva capace di resistere ad ogni crisi, per poi rigenerarsi attraverso il lavoro, la determinazione, quella cocciutaggine che gli amici riconoscevano come pregio-difetto dello stesso Giorgio Lago.

Nicolò Menniti-Ippolito