L'orologio con gli astri simbolo di cultura laica nella Padova medievale

«Sappi, carissimo lettore, che è mia invenzione quell'orologio che segna il tempo ed il vario fluire delle ore dall'alto della torre qui discosta», rammenta la lapide funeraria di Jacopo Dondi dall'Orologio, all'ingresso del battistero del Duomo di Padova.
Peccato che l'orologio non funzioni più da oltre un anno, lasciando sbigottiti i turisti.
Stefano Dondi dall'Orologio, occhi chiari da ragazzo e carattere estroverso, porta con leggerezza i secoli di storia racchiusi nel suo cognome, districandosi con abilità tra nomi, date, luoghi ed avvenimenti.
Marchese Dondi, l'orologio cui si riferisce il suo antenato è lo stesso che oggi ammiriamo - ahimè non più in funzione - in piazza dei Signori e che ha fornito il predicatodall'Orologio al cognome del suo casato?
«Non proprio. Quello costruito da Jacopo Dondi nel 1344, primo orologio pubblico a segnare, oltre a data ed ora, la posizione del Sole nello Zodiaco e le fasi della luna, venne posto in origine sulla torre della Reggia Carrarese prospiciente Piazza Duomo e andò distrutto nel 1390. L'odierno in Piazza dei Signori è una copia perfetta, eseguita cent'anni più tardi. Ma fu Giovanni, figlio di Jacopo, ad inventare la machina admirabilis: uno stupefacente astrario.
Un astrario: di cosa si tratta?
«Di un congegno sofisticato, costituito da 300 pezzi messi assieme tra il 1365 e il 1380, i cui meccanismi davano forma all'Universo del tempo; riproducendo su sette quadranti i movimenti del Sole, della Luna e dei pianeti visibili all'epoca ad occhio nudo secondo la concezione tolemaica, che poneva la terra al centro dell'universo. Vi erano riportati anche gli elementi del calendario, le feste mobili e quelle fisse. Oggi sappiamo che le maree, le semine ed i raccolti sono influenzati dalle fasi lunari; ma allora ogni rito individuale e collettivo era legato all'evento astrale: l'inizio di una guerra, un'alleanza, un affare dovevano cadere in giorni «fausti» ed essere evitati in quelli «infausti», segnalati dai flussi astrali. L' Astrario di Giovanni Dondi rappresentava un inizio di cultura laica rispetto a quella religiosa, sino ad allora dominante, in un momento della storia economica in cui Padova era fiorente in Italia ed in Europa per il commercio della lana, della seta e delle spezie. Per questo forse egli viene considerato figura di confine tra tardo Medioevo ed inizio del Rinascimento.
Che destinazione ha avuto l'Astrario?
«Portato a Pavia dai Visconti e poi in Spagna da Carlo V, venne distrutto da un incendio. Per fortuna si era conservato il Tractatus Astrarii, in cui Giovanni descriveva con minuzia il progetto dell' opera. In epoca napoleonica Francesco Scipione Dondi dall' Orologio, primo vescovo di Padova dopo una lunga serie di prelati di nomina veneziana, affidò il trattato alla biblioteca del Seminario patavino; nei secoli sono state riprodotte varie copie dell'Astrario, di cui una è stata donata di recente all' Università da un imprenditore- mecenate».
Figura poliedrica, Giovanni Dondi...
«Non solo astronomo, scienziato e professore all'Università di Padova, ma anche specialista in acque termali, medico di fiducia dell'imperatore Carlo V e di Francesco Petrarca; divenuto amico del quale, i due tennero corrispondenza in versi ed assieme si recarono a Roma per il Giubileo del 1350. Alla morte del poeta, Giovanni gli dedicò un sonetto, che inizia cosi: «Nel sommo cielo con eterna vita/gode l'alma felice tua, Petrarcha.
Da dove trae origine la sua famiglia?
«La nostra storia ha inizio a fine Duecento col capostipite Isacco, padre di Jacopo, che da Chioggia giunge a Padova chiamato dai da Carrara. La vita della famiglia Dondi in epoca carrarese ruota attorno alla Reggia ed anche la sua prima residenza, ancor oggi dei Dondi, si trova in quell'area: in Via Dondi dall'Orologio, a pochi passi da Piazzetta San Nicolò. Siamo Patrizi veneti dal 1674 e cent'anni dopo abbiamo ottenuto il titolo marchionale da Carlo Emanuele III di Savoia».
Quali altri Dondi di rilievo incontriamo nei secoli successivi?
«Un Jacopo Dondi, che nel 1520 fa realizzare un sistema di chiuse per mettere in comunicazione il Naviglio ora interrato con il Piovego, superando il dislivello tra i due corsi d'acqua. Il frutto del suo lavoro è visibile alle Porte Contarine. A metà del secolo successivo un famoso medico Dondi, chiamato a consulto dal re di Polonia per il figlio gravemente ammalato, riesce a guarirlo e ne trae gran fama. Tanto che per accogliere degnamente la visita di ringraziamento del sovrano in città, egli fa costruire in Via Carlo Leoni un magnifico palazzo, collegato tramite un passaggio sotterraneo a quello di Via Dondi dall'Orologio. Ancor oggi nel cortile d' ingresso del palazzo di Via Leoni è visibile un grande orologio, simbolo della famiglia, installato a metà del '700 da Gabriele Dondi».
Nessuna figura femminile di rilievo?
«Una in particolare: bellissima, molto devota e protagonista di un noir dell'epoca. Nel 1654 Lucrezia Dondi dall'Orologio, data in sposa a Pio Enea degli Obizzi, uomo tutt'altro che... pio e proprietario del Castello del Catajo a Battaglia Terme, viene pugnalata a morte da un sedicente innamorato respinto e poi sepolta nella cappella degli Obizzi al Santo. Una ricostruzione più attendibile del delitto ne fa risalire la causa alla vendetta di un nemico politico del marito».
Il Grand Hotel Orologio di Abano Terme ha qualche rapporto con la sua famiglia?
«I Dondi furono legati alle acque curative di Abano a partire dal Giovanni amico di Francesco Petrarca e verso metà del '500 venne loro concesso di estrarre da quell'acqua il sale. L'hotel Orologio fu per breve periodo nel '700 residenza della famiglia Dondi e Galeazzo, che vi abitò, fu finanziatore e supervisore alla costruzione dell'ospedale giustinianeo di Padova, destinato ai non abbienti. Sua fu anche l'idea di far erigere nel giardino del palazzo di Abano uno stabilimento termale accessibile a chi non poteva pagarsi le cure».
Arriviamo cosi all'800...
«E ad un divertente aneddoto che riguarda il bisnonno Giovanni. Cui, giovanissimo, un giorno il padre comunicò: Doman ve portarò a Venessia a conosser vostra futura mujèr. Perché cosi si usava all'epoca. «Va ben, sjor pàre» rispose asciutto il ragazzo. L'indomani Giovanni Dondi dall'Orologio conobbe Fosca Grimani Giustinian, fanciulla provvista di cospicua dote. Le nozze furono celebrate a Venezia il 28 gennaio 1862 e subito dopo la sposa raggiunse Padova in gondola attraccando dietro all'attuale Break di Piazza Cavour, dove al posto delle Riviere scorreva l'acqua. Giovanni e Fosca ebbero 12 figli: non male, per un matrimonio combinato».
Da qui in poi ha ricordi diretti?
«Non ho conosciuto nonno Francesco, scomparso otto anni prima che nascessi. Nonostante la sua vena artistica, il bisnonno Giovanni lo costrinse a laurearsi in Giurisprudenza; ma lui adorava la musica e da autodidatta compose intere operette, rappresentate in soirées a Palazzo Dondi e festeggiate con bicchierini di marsala e vassoi di biscotti fatti a mano. Ad inizio secolo fondò e diresse la banda civica patavina e presiedette l'attuale Conservatorio intitolato a Pollini, di cui era grande amico. Presidente della Casa di riposo di Via Beato Pellegrino, non ritirò mai il compenso dovutogli.
Possiamo concludere che Padova non sarebbe stata la città che è, senza i Dondi dall'Orologio...
«Neppure in senso gastronomico. Perché il medico Dondi, che guari il figlio del re di Polonia, se ne tornò a casa ricoperto di gloria e doni, tra cui delle galline ovaiole di ottima qualità e resa. Sarà vero, sarà leggenda, fatto sta che le pennute foreste si ambientarono benissimo dalle nostre parti dando origine alla razza denominata «gallina padovana»...».