«Metto un sogno ai piedi delle donne»

STRA. L'insegna al cancello della villa di via Paradisi a Stra, sede degli uffici, del laboratorio e dello show room-museo parla chiaro: «René Caovilla. Oggetti d'arte chiamati scarpe». All'ingresso, accanto alla reception c'è uno dei mitici armadietti delle meraviglie, diventati già un simbolo, con alcuni modelli di sandali, tacco vertiginoso e decori imprevedibili. René Fernando Caovilla è un signore di 67 anni, dal viso aperto e dal sorriso coinvolgente; tra le mani ha sempre una matita che serve per prendere appunti sull'agenda e per fermare un'idea quando si affaccia. Allora la mano corre veloce sul foglio bianco, tratteggia il tacco, la caviglia, il collo del piede e l'abbozzo di quello che sarà un nuovo sandalo. La sua vita, fa capire, si regge su un'impalcatura di valori e di passioni: la famiglia e il lavoro, poi l'antiquariato, il tennis ma solo in doppio perché tra amici ci si fa delle belle risate, e la caccia nella tenuta senese. Si vede che non ha mai fatto un passo in avanti senza accertarsi di aver fatto tesoro di quello che si lasciava alle spalle: nel museo aziendale, dove ci sono duemila scarpe prodotte dal 1950 al 2005, l'ultimo pezzo che si ammira visitando la collezione è la macchina artigianale sulla quale lavorava suo padre Edoardo nella prima metà del Novecento. E' il suo modo per dire che il nostro futuro è nel nostro passato: con questa forza, ha conquistato il mondo.
Milano nel 2004, poi Roma, fra un po' Venezia. Tokyo e Dubai sono già al lavoro. Le scarpe Caovilla ne fanno di strada. Cavaliere, come è arrivato alle boutique esclusive?
«Il progetto è iniziato nel 2000 quando abbiamo aperto uno show-room a Milano, in via della Spiga. Abbiamo capito che i tempi erano maturi. La cosa più difficile è stato trovare un punto vendita adeguato: gli affitti sono impossibili. Ho preferito comprare, ed è nato il primo negozio in via Bagutta, poi è venuta via Borgognona a Roma».
Un effettone. Anche per il tipo di negozio. Qualcuno lo ha definito stile-boudoir: che ne dice?
«Chi ha visto casa mia capisce come è nata l'idea».
Si, ma casa sua è Villa Zanetti, un gioiello del Settecento veneto. Cosa c'entra?
«Beh, a casa mia ci sono due saloni. Uno è quello delle feste, e lasciamo stare. L'altro è quello di ricevimento. C'è un angolo di questo salone che è esattamente uguale ai miei negozi: l'ho riprodotto perché io vorrei portare tutti i miei clienti a casa mia. Siccome non posso, porto un pezzo di casa mia da loro».
Ce lo descriva.
«C'è sempre un arazzo del Settecento. Lo cerco personalmente. Proprio qualche giorno fa ne ho trovato uno di splendido: sono incerto se tenermelo o metterlo a Dubai. Poi divani e poltrone del Settecento veneziano».
Originali?
«Si capisce. I tendaggi sono di Rubelli, i lampadari di vetro di Murano, fine Sette inizio Ottocento. Non devono mancare il tavolo in coccodrillo e lamina d'oro e le consolle in foglia d'oro su cui appoggiare le scarpe. Un tappeto antico, uno specchio veneziano. Fondamentale, l'armadio delle meraviglie».
Sarebbe?
«E' la versione gigante di un cofanetto da gioielli. Le mie scarpe sono preziose come gioielli, e ogni donna vorrebbe poter aprire un armadio cosi nella sua stanza».
A chi ha affidato il progetto?
«A me. Amo far partecipi tutti, ma poi decido io. Comunque per realizzarlo c'è voluto un architetto. E una squadra di ottimi artigiani delle nostre zone: questi negozi fanno parlare e promuovono l'immagine dello stile veneziano nel mondo».
E' riuscito a provocare qualche reazione anche nei giapponesi?
«Dall'apertura è stato un crescendo di interesse. Il negozio è a Tokyo, alla Ginza. Sarà inaugurato ufficialmente il 18 novembre, ci sarò anch'io. Da li vado a Dubai, il 22 apriamo in franchising».
Parliamo di scarpe Caovilla. Si parte da lontano.
«Dal 1920. In quell'anno mio papà Edoardo ha lasciato l'azienda Voltan e si è messo in proprio. Allora non esisteva il lusso ma scarpe di qualità. Ha aperto un piccolo laboratorio proprio qui, dove adesso c'è il mio ufficio. Sono nato respirando l'odore del cuoio. Lui sognava un figlio professionista, a scuola ero anche bravino ma a 17 anni il desiderio di fare scarpe era troppo forte: vengo con te, gli ho detto. Si lavorava dieci ore al giorno. Bene, mi ha detto, se proprio vuoi: arriverai mezz'ora prima degli altri, andrai via mezz'ora dopo».
Non si è scoraggiato.
«Impossibile. Subito sono andato tre mesi a Londra e tre a Parigi. Ho cominciato a fare, poi a vendere: e cosi ho anche imparato un po' le lingue. Quando sono tornato in Italia, mi sono impegnato nelle vendite. Il mercato era il Veneto, l'Emilia. Trieste quando proprio eravamo esotici. Mi andava stretto. Sono partito per Zurigo con due valigie di scarpe: vendute».
E suo papà cosa disse?
«Niente, sono stato io a dire a lui: senti, fammi provare ad andare avanti a modo mio. Lui mi ha mostrato i conti e mi ha detto: prova, se riesci a coprire tutte le spese e a garantire il mio stipendio, tutto quel che fai in più è tuo».
E cosa ha fatto?
«Ho cominciato a disegnare, a produrre, a vendere, a far quadrare i conti. A fare quello che faccio ancora adesso. Andavo alle fiere, i tedeschi compravano moltissimo. Nel 1975 mi è venuta un'idea, e ho telefonato a Valentino Garavani».
Lo conosceva?
«Mai visto. Ma mi piacevano le cose che faceva. Ho chiamato Roma: siete per caso interessati a qualcuno che potrebbe produrre per voi scarpe di alta qualità? Lo erano: ho preso l'aereo, abbiamo firmato. E' nato un rapporto durato 25 anni».
Lei ha disegnato anche per Dior, per Chanel.
«Si, anche se la produzione per altri non ha mai superato il 20 per cento del totale. C'è sempre stata una produzione Caovilla, ora è esclusiva».
Ma come si fa a mettere tanta creatività su due striscioline di pelle?
«Il bello è intorno a noi, bisogna saperlo cogliere. Mia moglie e io, ma anche i nostri figli, abbiamo una regola: quando vediamo qualcosa di bello, lo compriamo perché può farci venire un'idea. Un libro sui tappeti, sui pavoni, sui Masai. Dappertutto può esserci una fonte di ispirazione da cui far nascere un nuovo modello di sandalo, anche in un affresco o nei colori delle ali di una farfalla. Il mio mestiere è ricerca, creatività, fantasia. Osare nei materiali, non fermarsi mai. E poi naturalmente la fattura totalmente artigianale fa il resto».
Competitor?
«Manolo Blanhik, ma fino a un certo punto. Lui disegna solo, non produce. E' venuto qui per capire la differenza, è anche simpatico».
Una parete del suo ufficio è una vetrata che dà sul laboratorio.
«E' importante essere dentro la produzione. In azienda lavorano 50 persone, altrettante fuori. E c'è una squadra straordinaria di sette persone con le quali posso muovere le montagne».
Quante scarpe produce ogni giorno?
«Trecento paia per tutto il mondo. La richiesta è di 360».
Cosa fa? Sessanta le lascia scalze?
«No, le lascio in lista d'attesa. Se vuoi un sandalo fatto a mano, ti devi rassegnare».
Diciamo che lei produce lusso.
«Diciamo lusso estremo».
E c'è spazio? Sa, la crisi, l'euro, il petrolio.
«Per questo livello di lusso lo spazio ci sarà sempre. Intendiamoci, siamo una piccola azienda. Di nicchia».
Chi disegna le calzature Caovilla?
«Spesso le disegno io».
Ama di più la scarpa chiusa o il sandalo?
«Sandalo. Il mio preferito, quello con il serpente alla caviglia, disegnato al tempo di Valentino. Il primo l'ho fatto con la molla della sveglia, adesso ha l'acciaio con memoria che torna sempre nella posizione iniziale».
Colore preferito?
«Il rosso».
Materiale?
«Il pizzo».
Bene. E con un sandalo di pizzo rosso, che si fa?
«Le mie scarpe possono essere portate anche solo con un velo, e tolte per ultime».
Se dice cosi, conquista le donne e anche gli uomini.
«Perfetto. Un sandalo Caovilla è uno splendido oggetto che un uomo fa bene a regalare alla compagna».
Sua moglie porta i tacchi?
«Sempre, magari il sei».
E prima di conoscerla?
«Aveva 19 anni, li ha messi quasi subito».
Cos'è la ricchezza?
«La possibilità di essere liberi, indipendenti e veri».
Il Nordest è vivo, morto, o sta dormendo?
«Non possiamo chiedere ai nostri figli di fare quello che è riuscito a noi. Noi avevamo il bisogno, loro no».
La scarpa più folle che ha realizzato?
«Un paio di sandali con due pietre preziose ordinati dal Sultano del Brunei».
Perché una donna dovrebbe arrampicarsi sui suoi 80-100?
«Perché un sandalo cosi cambia le proporzioni, il portamento, perfino la luce degli occhi».
Ottantacinque anni dopo l'inizio di questa storia, se gli potesse parlare, cosa direbbe oggi a suo padre?
«Lo ringrazierei per avermi insegnato l'onesta e la correttezza. Il resto è venuto di conseguenza».