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Ricercatori, no alla riforma Moratti


 PADOVA. Blocco dell’inizio delle attività didattiche e slittamento dell’inizio dell’anno accademico. Una possibilità concreta e tutt’altro che remota. Il ddl Moratti sulla ridefinizione del ruolo dei ricercatori va avanti nel suo iter parlamentare e i ricercatori non hanno nessuna intenzione di mollare. Ieri un documento di sostegno alla loro protesta è stato approvato all’unanimità dal Senato accademico dell’ateneo patavino, e dai senati degli atenei di tutto il Paese. Alla protesta aderisce anche la conferenza dei rettori ed il Magnifico padovano Vincenzo Milanesi: «Siamo molto preoccupati su cosa accadrà nell’università se questo disegno di legge sarà approvato».
 Il progetto di riforma voluto dal ministro Moratti ha infatti superato il primo scoglio, cioè l’approvazione alla Camera. Adesso è in discussione al Senato, dove sarà probabilmente corretto e quindi dovrà essere sottoposto ad una nuova doppia approvazione parlamentare. La riforma metterebbe in esaurimento la figura del ricercatore universitario, condannandoli a contratti precari. «Non può esserci un precariato infinito», sottolinea il rettore. «E’ importante invece dare ai nostri giovani una prospettiva di inserimento». Ogni anno all’interno dell’ateneo sono in attività circa 1200 dottori di ricerca, e altri 1500 sono gli specializzandi della facoltà di medicina. Dopo il dottorato di ricerca l’ateneo badisce circa duecento tra assegni di ricerca e borse post dottorato, di durata biennale.
 L’ateneo infine bandisce circa 100 posti a concorso per ricercatore: la selezione quindi è già durissima. «Non è una guerra di religione contro il ministro. Noi non diciamo soltanto dei no, abbiamo anche portato delle proposte di miglioramento della riforma», spiega il rettore. «Comunque, meglio nessuna legge che questa legge».
 Nella prima lettura alla Camera il progetto è stato ampiamente modificato: «E’ saltato l’articolo 1 che prevedeva il principio dell’università come sede primaria della formazione e della ricerca», spiega Paola Mura, rappresentante dei ricercatori. «Il quadro non è affatto confuso: c’è un disegno chiaro di smantellamento dell’università pubblica».
 Anche il prorettore vicario Giuseppe Zaccaria sottolinea il difficile iter di questo disengo di legge: «Il testo è stato giudicato confuso e lacunoso dagli stessi deputati di maggioranza», sottolinea. «Non sembra che il parlamento abbia una grande considerazione dell’università e di chi passa la sua vita in ateneo».
 Anche il nucleo «education» di Confindustria ha bocciato la riforma in un documento. Unanime la bocciatura della riforma al Senato accademico del Bo: «Nessuno dei nodi fondamentali viene risolto in modo soddisfacente», scrivono i docenti, «e si adottano invece soluzioni indecorosamente peggiorative che saranno di grave danno per il sistema universitario».
 Un altro documento, approvato all’unanimità, ha dato mandato a Milanesi di esplorare la possibilità delle dimissioni collettive di tutti gli organi collegiali degli atenei italiani, come forma estrema di protesta. E si prospetta un autunno caldissimo sul fronte accademico: i ricercatori sono pronti ad altre forme di protesta, in primis la rinuncia alle domande di affidamento di corsi. Un’azione che porta dritta dritta al blocco delle lezioni, così come avvenne l’anno scorso in alcune facoltà costrette a far tacere alcuni insegnamenti.
- Claudio Malfitano

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