Morto padre Pretto, il gesuita più sportivo

Se n'è andato in silenzio, a mezzogiorno del lunedi di Sant'Antonio, giorno in cui, per tradizione, la Basilica che sorge proprio li, a due passi dal «suo» Antonianum, è mèta di migliaia di fedeli. Era malato da tempo padre Luigi Pretto, uno dei Gesuiti che hanno «segnato» la crescita, spirituale e sportiva, di tanti petrarchini, dal calcio al rugby, dal basket alla pallavolo. Nativo di Roveredo di Guà (Verona), avrebbe compiuto 80 anni il prossimo 25 luglio. Ordinato sacerdote 50 anni fa, era diventato Gesuita «due volte», come amava raccontare lui stesso. «La prima il 15 agosto 1940, la seconda il 2 settembre». Perchè quell'intervallo di 18 giorni? «Perchè avevo nostalgia di casa, ero ragazzo, non ce la facevo». Il retroscena più gustoso di un'esistenza condotta in mezzo ai giovani e allo sport. Nel '48 arrivò a Padova per dirigere la Scuola di Religione dell'Antonianum. Vi rimase sino al '79, quando fu chiamato a Milano, come «rettore» del Leone XIII. Dopo sette anni, di nuovo in Veneto, a Bassano. Quindi il ritorno a Padova nell'88, e poi, nel '98, ancora Bassano. Era ricoverato dai primi mesi del 2005 all'Opera Immacolata Concezione della Mandria: il tumore alla prostata che lo aveva colpito è stato più forte di ogni terapia. Oggi i Gesuiti comunicheranno giorno e ora dei funerali, che saranno celebrati quasi certamente nella chiesetta o sul sagrato antistante il Centro Giovanile dell'Antonianum.
Dietro gli occhiali lo sguardo era quello di un uomo sofferente, ma sempre tenace, orgoglioso, deciso. E lucido sino alla fine. Cosi il 21 novembre dello scorso anno, quando tornò nel luogo a lui più caro, «là dove mi porta il cuore» come avrebbe confidato prendendo a prestito il titolo del libro di Susanna Tamaro, cosi poche settimane fa, quando, in occasione dell'arrivo della statua della Madonna di Fatima all'Oic, dal suo letto ci strinse con affetto la mano, pur provato nel fisico e nel morale dal male, contro cui si sforzava di lottare con il sorriso. Padre Pretto e l'Antonianum si erano sentiti, quella domenica di autunno, una cosa sola, ancora una volta, stretti in un forte abbraccio per una festa voluta soprattutto come espressione del «grazie» collettivo al piccolo uomo che tanto aveva fatto per l'Unione Sportiva Petrarca. Lui, manager sportivo travestito da prete. La Padova di ieri e dell'altroieri, ma anche la Padova delle ultime generazioni si era raccolta nel teatro dell'Antonianum per celebrare il suo mezzo secolo di sacerdozio. Un atto d'amore, più che un gesto di riguardo.
Per 23 anni, dal 1956 al 1979, padre Pretto era stato li, all'ombra dei Tre Pini, a vivere e gestire da protagonista il «colorito» universo petrarchino: esaurita poi la parentesi milanese, lo aveva riabbracciato nell'88 per altri dieci anni. Trentatrè stagioni sportive, dunque, trascorse con la testa immersa fra i problemi del basket, del volley, del rugby, del calcio e della scherma, oltrechè del nuoto, il suo cruccio maggiore.
Ora siamo qui a piangerlo, e ci pare giusto ricordarlo nel modo più genuino, riproponendo alcuni stralci dell'intervista che ci concesse in occasione del suo ritorno a Padova. L'ultima «confessione».
Io e i padovani.«Ho sempre capito che Padova non è una città cattolica, vi aleggia uno spirito anti-clericale, come sosteneva acutamente il professor Bentsik. Non è stato facile per me, per i Gesuiti, convivere con tutto questo. E difatti molta gente si è allontanata dall'Antonianum... Il padovano si presenta in modo critico, ha sempre qualcosa da ridire, su cui cavillare, ma non è detto che la sua critica sia fatta solo per il gusto di distruggere. Anzi. Forse è il modo che, alle volte, è sbagliato. E poi c'è un altro aspetto un po' antipatico: non si prende posizione, la regola è il 'ni", nè si nè no... E l'approccio con lo sport? Hanno una mentalità contadina: se i vicentini, per fare un paragone, sottoscrivono l'abbonamento per seguire la loro squadra di calcio, a prescindere dal fatto che sia forte o meno, qui si aspetta di vedere com'è, la squadra, e poi si decide. Purchè uno non si arricchisca, rimangono tutti poveri...».
L'U.S. Petrarca.«La sua fine, sono sincero, mi ha provocato una sofferenza relativa. Dentro di me, l'avevo espressa anche in altre occasioni, coltivavo da tempo l'idea di un Petrarca che avrebbe dovuto lasciare questa oasi per lanciarsi in un'altra avventura. Non si poteva più stare al passo con i tempi, anche se sfido a trovare un posto in cui giocano insieme l'operaio ed il professionista, e dove in nome dello sport si annullano le differenze di censo. I Gesuiti sono incappati in una crisi delle vocazioni, non poteva essere più il 'nostro" Petrarca, per cui bisognava cambiare». Eppure - gli ribattemmo - molti padovani si sono sentiti 'traditi" dalla 'morte" della Polisportiva. «Capisco la rabbia e la delusione delle tante famiglie che hanno perso un punto di riferimento preciso per l'attività dei propri ragazzi, ma francamente non si può pretendere che il Centro giovanile e l'Antonianum si ricreino come allora. E' un'altra epoca, ormai».
Grande Pollazzi.«Il personaggio di sport di cui conservo il più bel ricordo? Senza dubbio Pollazzi, l'ex presidente del Padova. Quando concluse la sua avventura nel calcio, mi disse: 'Padre, questo è il momento buono per tirarmi dentro". Passò del tempo, poi una domenica pomeriggio, era estate, lo vidi entrare al Tre Pini e venirmi incontro. 'Come mai qui?" gli chiesi, sorpreso. E lui mi rispose: 'Le gambe mi hanno portato dove sento che mi vogliono bene"».
I miei errori.«Chi non sbaglia nella propria vita? Certo, anch'io posso aver calibrato male i miei interventi, in alcuni momenti. Penso, ad esempio, di aver agito nel Petrarca con uno spirito più sportivo che di altro stampo. In una parola, sono stato troppo tifoso dei miei ragazzi. Ecco, se un rammarico mi resta, è proprio di aver parlato con tutti quei signori di tante cose di sport, invece che di parlare di Gesù. Chissà, forse certe cose sarebbero cambiate nel Suo nome...».
Aveva gli occhi lucidi quando ci congedò, scovando dall'album delle fotografie una foto che ci ritraeva insieme. «Tienila per me, quando non ci sarò più...» aggiunse con un filo di voce. Promessa esaudita, padre Pretto.