«Ho sbagliato, ma sono rimasto solo»


Subito l'ammissione sincera: «Credo di aver lavorato bene, ma con il clima che si respira adesso, non posso restare al Padova. Non ci sono più le condizioni». Poi, l'autocritica: «Ho commesso degli errori. Non tanto di formazioni o di strategie, perchè per un buon periodo questa squadra ha giocato bene al calcio, ma di gestione e di valutazione. Se qualcuno era da 6, ho sbagliato a giudicarlo da 8. Ecco ciò che mi posso rimproverare». Infine, la constatazione più amara: «Sono rimasto isolato troppe volte».
Renzo Ulivieri chiude la sua esperienza biancoscudata, durata 17 mesi (dal febbraio 2004 al prossimo 30 giugno), con una chiacchierata-fiume, dove snocciola le «sue» verità, ma il cui filo conduttore poggia sul concetto, ribadito spesso, che «io sono l'allenatore e io rispondo del mancato obiettivo, perchè la faccia ce l'ho messa io. Dal primo all'ultimo giorno». Una precisa assunzione di responsabilità nel momento in cui alcuni, dentro la società e nello spogliatoio, hanno invece scelto la strada del silenzio o dell'attesa. Ma non c'erano dubbi su questo: l'uomo ha sempre avuto gli... attributi e il carisma per reggere allo scomodo ruolo di parafulmine.
Dunque, un'ora e mezzo di botta e risposta con i giornalisti per dire che cosa? «Che ho vissuto una stagione brutta, dolorosa e faticosa, caratterizzata anche da umiliazioni - è la sua sintesi - Neppure quando ho vinto, ho potuto gioire». Gli brucia non aver portato il Padova ai playoff, eccome se gli brucia. «Ci tenevo a vincere qui - confessa - A questa società e a questa città mi sono attaccato, voglio loro bene, non è paraculismo, credetemi, mi dispiace dovermene andare».
Contratto in bianco.Prima di provare ad analizzare le cause che hanno portato all'ennesima delusione - quarto anno consecutivo di C/1, il prossimo sarà il quinto, senza dimenticare le due stagioni di C/2 - si viene a sapere che l'allenatore era andato dal presidente Cestaro, a Pasqua, con una precisa proposta: «A Sottovia (il segretario generale, ndr) ho chiesto un contratto federale e mi sono presentato dal cavaliere dicendogli: 'Firmo in bianco". Ero pronto a lavorare al minimo di stipendio». Quel documento con l'autografo in calce finirà nel cestino, perchè il patron ha lasciato intendere, pur non ufficializzando ancora nulla, che non ci sarà un futuro con lui in panchina.
Ho cambiato tanto.Dunque, la stagione da analizzare, con il suo risultato negativo. Si parte dall'estate scorsa: «Non avevamo fatto programmi inizialmente - racconta - Ci eravamo solo detti: 'Si fa il meglio possibile". Alla vigilia di Ferrara (si giocò lunedi 1º novembre, ndr), mi convinsi invece che, se si fosse vinto, saremmo arrivati primi. L'infortunio di La Grotteria ci costrinse a cambiare, poi di fronte alla crisi di risultati di dicembre e gennaio ebbi paura di retrocedere. Ho voluto apportare modifiche, certo, ho variato quattro moduli di gioco, prendendomi dei rischi, ma a cinque domeniche dalla fine, ricordatevelo, eravamo nei playoff». E allora, cosa è successo? «Che in attacco siamo calati, gli infortuni di De Franceschi e Maniero ci hanno penalizzato. Ginestra avrebbe dovuto tirare il fiato... Non potevo permettermi, però, di toccare chi ci aveva garantito i gol. Mi parlate adesso di Matteini, ma dimenticate che avevamo il reparto avanzato più prolifico dell'intero girone?».
Matteini via.«Disaccordi e contrasti con i giocatori? Non ne ho avuti con nessuno, semmai c'è stata diversità nel vedere le cose, questo si. Quando, senza La Grotteria e con una squadra che continuava a perdere, ho cercato nuove soluzioni offensive, il primo con cui ho parlato è stato Matteini, un ragazzo che avevo portato qui io, e a costo zero: 'Mister - mi ha risposto - io gioco meglio quando ho La Grotteria dietro di me, non con un attaccante vicino". E' stato in quel momento che ho proposto alla società di cederlo: fallito il tentativo di affiancargli Maniero, non potevamo continuare a restare a... digiuno di reti. E se fosse rimasto con Ginestra, i due si sarebbero pestati i piedi».
I rinforzi poco utilizzati.Ancora sui singoli. Perchè Florindo invece di Bianchi, preso a gennaio dalla serie B e quasi mai utilizzato? «A parità di valori, mi sembrava meglio Florindo. E sui calci piazzati degli avversari la differenza di centimetri a favore del primo serviva per marcare lo stopper che veniva avanti, nella nostra area, per colpire di testa».
Zerbini? «Chi arriva si mette in coda con gli altri, questo è il mio credo. Voi sapete quel che ho sempre pensato di Maniero, per me è una punta da serie B: giusto che provassi lui, accanto a Ginestra». Manetti e Maurizio Rossi? «Per quanto riguarda Manetti, la squadra si era abituata, sia nel fraseggio corto che in quello lungo, a giocare sempre su La Grotteria, quindi i palloni passavano poco da lui, anche quando l'argentino era fuori. Ho dovuto cambiare, ripeto, ed è stato sacrificato. Rossi l'avevo già avuto con me, e quando Favero mi ha proposto di tesserarlo, dico la verità, l'organico era ridotto all'osso, per cui ho acconsentito. Probabilmente sbagliando...».
Liti con Favero? Mai.Il rapporto con il direttore sportivo, su cui si è detto e scritto molto. «Un rapporto normale - lo liquida cosi 'Renzaccio" - Non ho mai litigato con lui, cosi come una sola volta ho discusso animatamente con il presidente, però io ho un modo diverso dal suo di vedere le cose e di gestire la squadra». Qualcuno azzarda: «Ma allora chi è l'incompetente, Ulivieri o Favero?». Risposta: «Togliete con ogni certezza la prima opzione...». Insomma, nulla di nuovo che già non fosse noto, i due non si amano proprio.
Cestaro troppo buono.«Ci sono presidenti che vanno in difficoltà con la squadra perchè non pagano, ce ne sono altri, come Cestaro, che hanno invece un difetto: essere persone perbene, che onorano i loro impegni sempre puntualmente. Ecco, talvolta proprio per questo motivo ho avuto divergenze con lui, l'ho ritenuto troppo buono. Solo che se a Cestaro chiedi di adoperare la spada, non è più lui». L'argomento è delicato, ma lascia intendere che il mister avrebbe preteso provvedimenti nei confronti di qualcuno che aveva sgarrato. «Nelle ultime sette settimane le regole erano saltate» la sua frase emblematica. Un paio di giocatori leader del gruppo avrebbero sfidato regolamento interno e buonsenso, con 'sceneggiate" e iniziative personali sopra le righe. Atteggiamenti che il presidente conosce bene, ma che non sarebbero stati censurati a dovere. Da qui la spiegazione della frase del tecnico: «sono rimasto isolato troppe volte».
Allenerò ancora.Il futuro professionale è lontano dal Padova, anche se la moglie Emanuela e la figlia Valentina vorrebbero continuare a vivere qui. Che farà, Ulivieri? «Non smetto, la mia vita è sui campi di calcio. Anche in C, se ci sarà la possibilità. Mi garba allenare. E se un giorno non potrò più farlo, allora comprerò un campo con i miei soldi e andrò ugualmente a correre e fischiare. Fuori da li non mi ci vedo proprio».

Stefano Edel