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  Cena al buio per 50 «Così capirete noi ciechi»


SEGUE DALLA PRIMA  i 43 invitati alla cena organizzata da Davide Cervellin, lungimirante imprenditore cieco di Loreggia, per tre ore hanno tastato con mano cosa significhi non vedere, oltreché i vicini di sedia. Visto, si fa per dire, che in mancanza dello sguardo e in presenza di sconosciuti o quasi, vai a capire chi ti sta parlando, o se è a te che si rivolge in quel bailamme vociante: unico modo, allungare le mani e toccare. Il braccio del direttore generale dell’Usl 16 Fortunato Rao che ti sta di fronte, il collo del primario cardiologo Leopoldo Costa sulla destra, la spalla della vice presidente nazionale dei giovani industriali Cristina Bonetti, con i quali si crea un’altrimenti improbabile confidenza tattile.
 Mezza cena con Luciano Salvò, assessore provinciale all’Agricoltura mano nella mano di Sandro Ghiro, ex vice sindaco di Abano; Ivano Beggio, l’inventore del fenomeno Aprilia, a tagliare il buio e le distanze con Maria Gumierato, sindaco di Castelfranco; l’industriale Mario Cortella (Cristallux, 400 dipendenti) a tentoni sul coppino del pimpante Ubaldo Lonardi, presidente Apt e Margherita Miotto, consigliere regionale, in prensile inusitata intimità con Zanetti delle cantine Calustra, imprenditore vinicolo che collabora con «Davidino il contadino»: così si firma quel meraviglioso matto di Cervellin quando manda ai giornali i suoi interventi, adesso che è riuscito ad abbattere l’ennesima barriera che impediva a un cieco di fare l’agricoltore, e si è messo a coltivare ulivi e viti nei Colli.
 Metà cena a palpeggiare braccia e spalle, l’altra metà a cercare di raccattare dal piatto, con ogni mezzo oltre la forchetta, gli ottimi cibi serviti da Ferdinando, Davide e gli altri, camerieri per l’occasione. Che fossero ciechi non era lampante. Ma come fa, lei Ferdinando, a portarci i piatti, a versarci da bere, a destreggiarsi così bene nel buio?, chiede la vispa teresa di turno; mi sto allenando da 26 anni, risponde lui. Grande. Ahhhh, lei è non vedente?, annaspa la vispa, scivolando nel politicamente corretto; sì, sono cieco da quando avevo 18 anni: retinite pigmentosa, risponde lui. Messaggio ricevuto. Uno che non ha la vista si chiama cieco. Punto. Anche perché, non vedente a parte, le definizioni di diversamente abile o peggio disabile paiono incredibilmente fuori luogo: abile, abilissimo, super-abile, in-super-abile è uno che guarda il mondo, e lo abita, con gli occhi della notte che sono le mani, le orecchie, il naso, la voce. E il palato, anche.
 L’arrivo. Alle 20.30 i 43 convitati vengono ricevuti da Cervellin e dalla moglie Lucia in una sala illuminata a giorno al piano terra della villa di Loreggia dove la coppia abita e che è anche la sede del centro Efesto, da loro gestito: si occupa dell’autonomia di disabili attraverso l’aiuto delle tecnologie. Aperitivo, presentazioni: molti gli uomini tutti sui 50, una decina le donne, un tot di giornalisti.
 Breve spiegazione del padrone di casa e dello chef Marco Valletto sull’esperienza di mangiare senza la mediazione della vista, sull’importanza del rumore e del silenzio, sul fatto che gli ospiti saranno divisi a gruppetti e affidati a un cameriere che si occuperà di tutto; e se qualcuno ha qualche necessità, si accomodi adesso, prego, che dopo se la dovrà tenere.
 La partenza. Atmosfera da gita scolastica, battute, risatelle nervose, grande aspettativa. Un gioco a sorpresa, emozionante. Uno alla volta gli invitati vengono chiamati per nome, ricoperti da un grembiulone nero ad evitare sugosi impataccamenti sulla camicia e avviati al piano di sopra. Tombolan! E’ il primo ad essere chiamato e si accommiata come partisse per un viaggio al centro della terra. Ciao Margherita! vado.
 Gli altri lo guardano scomparire oltre la porta. Poi tocca alla Miotto, che scivola via in un tripudio di accorati saluti. E via.
 Il buio. Si entra nella sala da pranzo facendo trenino, andazzo cameratesco, schiamazzi, nemmeno l’ombra di un riverbero, un lumino, niente. Ognuno viene fatto accomodare e da quella sedia non si schioderà più fino al caffè, quando si accenderanno le luci facendo lacrimare gli occhi. Le voci si incrociano sempre più alte, difficile capire la dislocazione dei tavoli e le distanze, tutti sopperiscono alla vista scatenando le corde vocali; più che parlare si grida come ossessi continuando a non capire bene a chi ci si sta rivolgendo.
 Per niente abili e pure maleducati. Vabbè, ma mica è facile. Cervellin girella tra i tavoli e deve farsi grandi risate. L’assessore regionale alla Sanità Gava, prossimo alla crisi di panico, lo scongiura: almeno una candela, anche lontana, per favore. Macché. Continua a chieder lumi per 10 minuti, poi si arrende.
 Vien da spalancare gli occhi oltre i confini delle orbite per farsi un varco in quel buio che all’inizio pare muro, rigido, respingente ma che con il passare del tempo si trasforma come fosse materia e diventa morbido, profondo, sempre più nero. Avido, inquietante, attraente. Per un po’.
 Ferdinando, reduce come gli altri camerieri dal «Dialogo oltre il buio» al Mart di Rovereto dove accompagnava i visitatori in percorsi (natura, città, traffico, mercato, barca con schizzi d’acqua) appunto al buio, comincia a servire l’antipasto: ti sfiora leggero la spalla, ti piazza il piatto davanti. Ti versa il vino. Manco una macchia sulla tovaglia, si constaterà poi. E comincia la sagra.
 Tintinnar di posate che pattinano sui piatti alla ricerca di qualcosa da sollevare: dopo due-tre bocconi d’aria pura, sprofondi le dita in qualcosa di cremoso e lo spingi sulla forchetta, tanto chi ti vede? Lo porti alle labbra, lo gusti, cerchi di scomporne gli ingredienti, la lingua rigira a lungo il boccone e lo esplora per giudicarne la consistenza, prima di affidarlo ai denti. In quel momento il sapore è padrone. Incontri una specie di raviolone semi-croccante steso su un letto di verdurine a strisce: acchiappi con le mani e addenti. Goduria. Così fan tutti, pare, a sentire dai commenti che si intrecciano. L’antipasto è buonissimo (ortaggi trifolati, budino di ricotta profumata e lasagnette di pasta croccante con crema di ceci, spiegheranno poi), come tutta la cena.
 Stesso andazzo per il resto, dalla crema di legumi al coniglio ripieno che nessuno ha indovinato cosa fosse e una flebile voce ha scambiato per struzzo, al petto d’anitra. Solo a piatti ritirati vien detto cosa si è mangiato.
 Qualcuno attacca un coro, qualcun altro confessa che la torta margherita con lo zabaione se l’è ingollata direttamente piatto-bocca. Si accende la luce, pare di avere una fotoelettrica sparata sugli occhi. L’anfitrione Cervellin sollecita testimonianze: disinibente il buio dice una, è facile relazionarsi solo con chi è accanto a te ma bastano due metri di distanza e hai la sensazione di sbagliare i tempi quando parli, risponde un altro.
 La serata è stata un successo, il padrone di casa e suoi chef hanno un futuro garantito come ristorantori (a Berlino e Zurigo ci sono locali al buio con personale cieco, a parte i cuochi, e bisogna prenotare un mese prima). «Va bè Cervellin, e adesso vado a casa a fari spenti - ride Ghiro - e se mi fermano i vigili, dico che si rivolgano a te». Risata. Saluti. Sipario.
- Alberta Pierobon