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Ricercatori in lotta, sostegno dei politici

 Se le posizioni politiche a favore dei ricercatori universitari si misurassero dal dibattito di ieri pomeriggio a palazzo del Bo, per loro il gioco sarebbe fatto. La «categoria» gode infatti di forte stima - e di esplicito sostegno alle relative rivendicazioni - da parte tanto dell’attuale maggioranza parlamentare quanto dell’opposizione. Il fatto è che, invece, la persona che più conta, cioé il ministro dell’Università e della Ricerca scientifica Letizia Moratti, la quale naturalmente, oltre a sé stessa, rappresenta importanti forze (potenti sia nel mondo sociopolitico che in quello accademico), sui ricercatori ha volontà tutt’altro che affettuose: semplicemente, intende cancellarli dal panorama universitario, portando la loro «fascia» ad esaurimento.
 E’ questo che prevede il suo disegno di legge delega per il riordino dello stato giuridico e del reclutamento dei docenti, adesso atteso alla discussione parlamentare. Un disegno nel suo complesso contestato da molti e condiviso da altri, con notevoli differenziazioni all’interno della stessa Crui, la Conferenza dei rettori universitari italiani. Tra le molte materie che va a innovare la riforma - o «controriforma» come la definiscono i contestatori - particolarmente «calda» è appunto la questione dei ricercatori. Che la Moratti, e con lei sono varie forze accademiche, propone in pratica di abolire, introducendo per i futuri dottori di ricerca, come «filtro» per il primo approccio alla carriera universitaria, un periodo di «prova» inizialmente di 5 anni più altri 5, per poter poi accedere ai concorsi ai ruoli della docenza. «Un precariato di fatto a vita» accusano i ricercatori, «che ci porterebbe all’età di 42 e passa anni senza garanzie». «Un taglio con le vecchie rendite parassitarie» rispondono i favorevoli al riordino Moratti, fra i quali non pochi professori e responsabili di governo di atenei.
 Posizioni fortemente critiche rispetto al disegno di legge ha invece espresso, da tempo, il Senato accademico del Bo. E puntualmente le ha ribadite il rettore Vincenzo Milanesi nel confronto di ieri, nella sala dell’Archivio antico, fra i ricercatori e i parlamentari locali (presente anche il precedente rettore Giovanni Marchesini). Sul complesso del disegno di legge, Milanesi ha ricordato le critiche del governo del Bo rispetto a diversi temi. Intanto, la copertura finanziaria della riforma stessa, che va a modificare profondamente precedenti meccanismi, in una fase storica che sta vedendo lo Stato stringere i cordoni della borsa per università e ricerca scientifica. Per quanto riguarda il riordino dello stato giuridico, perplessità sull’abolizione della differenziazione fra tempo pieno e tempo definito nell’impegno lavorativo dei docenti; e, altro capitolo chiave, sulla modifica del sistema concorsuale: con articolazione dei concorsi in sede centrale nazionale, anziché per sedi come avviene ora, «pur ammettendo che le modalità attuali hanno dato esiti tutt’altro che brillanti» ha rilevato Milanesi. Quanto ai ricercatori, il Magnifico ha confermato la netta opposizione alla messa ad esaurimento, e il favore al riconoscimento del loro ruolo come terza fascia docente. Ciò perché i ricercatori, circa 20 mila in tutta italia, svolgono da decine d’anni còmpiti anche didattici vitali per l’università.
 Concetti rimarcati dai rappresentanti degli stessi ricercatori nel Consiglio d’amministrazione del Bo, Paolo Spinella e Luciano Secco: i quali ricordano come nell’ateneo padovano, che conta circa 2.200 docenti, sono 717 i ricercatori (di cui 496 confermati), per un impegno globale che è pari, a seconda delle Facoltà, dal 20 ad oltre il 40 per cento delle attività di didattica.
 Ebbene, solidarietà alle ragioni dei ricercatori è venuta da tutti i parlamentari intervenuti. A cominciare dalla senatrice Elisabella Casellati, di Forza Italia. La quale, affermato che «è giusto cambiare, e la riforma non può intimidire», ha detto che peraltro essa «non deve penalizzare gli attuali ricercatori, i quali di fatto sono dei professori a tutti gli effetti, senza la cui opera l’università si fermerebbe, tanto che anche un disegno di FI in Senato propone per loro l’istituzione della terza fascia docente». Dunque ricercatori da salvaguardare come? «Con il loro passaggio alla docenza tramite appositi concorsi di idoneità “chiusi”, cioé a loro riservati. La grande trasformazione dell’università che è in corso non può perdere per strada importanti competenze già acquisite».
 Musica per le orecchie dei ricercatori presenti, e anche dei parlamentari del centrosinistra. Però non si fidano troppo gli onorevoli Franca Bimbi, della Margherita, e Marco Boato, già dei Verdi e ora nel Gruppo misto della Camera. I quali ricordano che «questa maggioranza di governo non ha mai aperto il confronto, né sulla riforma della scuola né su quella dell’università: dimostrando, quanto a quest’ultima, di aver scelto a favore delle lobby affaristico-accademiche anziché per l’autonomia degli atenei e la loro qualificazione, anche attraverso la valutazione dei risultati, investendo invece che riducendo i finanziamenti». Pure il senatore Giuseppe Gaburro, Udc, è per il riconoscimento dei ricercatori come terza fascia docente: «Nelle università occorre ridurre i veri sprechi, affinché vi si lavori meglio».

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