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Dipinti sospetti: i Corbelli nei guai

 Va a processo il «giallo» delle 450 tele attribuite ai maestri Mario Schifano e Michele Cascella e depositate nel caveau dell’Antonveneta di via Trieste, a parziale garanzia di un mutuo di 11 miliardi concesso ai cugini Giorgio e Werter Corbelli della Artevalori, società con sede legale a San Marino. Secondo i consulenti della Procura le opere sono false, l’esperto della difesa Vittorio Sgarbi le giudica autentiche.
 Si dice d’accordo con Sgarbi anche il professor Levi di Torino, uno dei massimi esperti in materia consultato da Giorgio Corbelli, ex presidente del calcio Napoli, proprietario di Telemarket ma anche socio di Artevalori della Repubblica di San Marino e amministratore unico della «Gioca srl» di Brescia. La citazione in giudizio riguarda tre imputati e porta la firma del pm Paola De Franceschi. L’ex presidente partenopeo siederà sul banco degli imputati. Con lui il cugino Werter Corbelli, amministratore della società con residenza a Praga, e Pierpaolo Cimatti di Trezzo sul Naviglio (Milano), amministatore unico della «Monte Titano Arte».
 Gioca e Monte Titano Arte detengono il capitale sociale della Artevalori. La vendita dei quadri contestati sarebbe avvenuta attraverso tali passaggi: Monte Titano cede per poco più di 6 miliardi e 588 milioni di lire le opere all’Artevalori, in precedenza acquistate nel dicembre 2000 da Cimatti con queste quotazioni: 3 miliardi e 400 milioni per i 390 dipinti a smalto e acrilico di Mario Schifano e 2 miliardi e 800 milioni per gli oli su tela di Michele Cascella. Il fido all’Artevalori venne concesso dalla filiale di Mestre dell’Antonveneta il 27 dicenbre 2000. Assistiti dagli avvocati Alessadro Mainardi di Brescia e Riccardo Benvegnù di Padova, i Corbelli, lo scorso anno, fecero esaminare tutti i dipinti da Sgarbi, sceso nei caveau dell’Antonveneta valutandoli uno ad uno.
 Ai tre imputati si contesta il concorso nella falsificazione di opere d’arte, ossia di quelle fatte passare come oli di Cascella e Schifano e venduti sul mercato a prezzi mediamente compresi dai 7 ai 40 milioni. La difesa aveva già esibito al Tribunale del Riesame la prova di autenticità e la ricevuta di vendita delle 390 opere di Schifano, sottoscritta dall’autore nel 1996 e confermata dal suo segretario, Colombo. Per quanto riguarda invece i 60 oli di Cascella, la difesa aveva prodotto copia del dissequestro delle stesse opere effettuato nel 1995 dell’autorità giudiziaria milanese in quanto ritenute autentiche. E 35 di quei dipinti di Cascella figurano addirittura nel catalogo generale delle opere più significative dell’artista scomparso. Gli expertise sui dipinti di Cascella furono inizialmente eseguiti da un cultore d’arte, Rosato, amico del grande maestro siciliano.
 Per lui quei quadri risultavano autentici. A quel punto l’inquirente nominò altri due consulenti, (Bonanno e Nocera di Palermo) incaricati anche per l’analoga inchiesta avviata da Bari ed esperti di fiducia della Conferenza episcopale. I 390 quadri di Schifano furono invece visionati dal professor Quintavalle di Parma, docente d’arte medievale e specializzato sulla scrittura longobarda. Nella sua perizia sostiene che tutte le opere sono fasulle: a provarlo sarebbero il pessimo materiale impiegato e la mancanza di pienezza pittorica. A tali osservazioni i difensori hanno ribattuto sottolineando che negli ultimi anni di vita Schifano utilizzò materiali industriali al Pvc (poliuretani), impiegati anche nella mostra del 1995.