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«Berlusconi? Allievo di Peron»

 CORTINA D’AMPEZZO. Serate movimentate agli appuntamenti cortinesi con l’autore. Dopo lo show di Francesco Cossiga, che ha presentato il suo nuovo libro «Per carità di patria» distribuendo bacchettate a go go, è stato l’economista ulivista Paolo Sylos Labini a scaldare il PalaVolkswagen: quando ha citato Giancarlo Caselli (il magistrato che inquisì Andreotti per mafia) come esempio di «integerrimo servitore dello Stato» il parterre è esploso in un boato di fischi.
 Fischiato a ottant’anni suonati. Che effetto fa professore?
 «Tutto sommato divertente. Sa, me l’aspettavo: per quanto mi sia trattenuto, parlavo nella fossa dei leoni pardon, pecoroni. E poi sa, ne ho passate tante nella vita, dalle contestazioni del ’68 e del ’77 alle minacce brigatiste. Sono sopravvissuto agli sberleffi di “Straccio” (Paolo Liguori, già militante di Lotta Continua e oggi dirigente di Mediaset, ndr), posso sopravvivere anche alle provocazioni del principe Ruspoli... ».
 Già. Il principe. Il suo è stato un intervento particolarmente appassionato. C’è chi temeva che svenisse, per lo sforzo. A proposito, ha definito Berlusconi l’uomo politico più onesto e in gamba del dopoguerra, e ha sostenuto che i soldi scappano solo dalle tasche dei fessi.
 «Lasciamo perdere, dibattere, sia pure a distanza, con Ruspoli e il generone romano fascista e papalino che rappresenta non mi interessa. Piuttosto, parliamo della gente che mi ha applaudito. Non erano pochi. E’ questo l’elemento che mi ha piacevolmente sorpreso e che non va sottovalutato».
 Vuol dire che gli anticorpi di cui parla nel suo saggio, «Berlusconi e gli Anticorpi. Diario di un cittadino indignato», stanno pian piano reagendo?
 «Indubbiamente. L’altra sera, ho valutato in un 30% il consenso, espresso in modo molto civile, alle mie opinioni. Un anno fa sarebbero stati la metà».
 Insomma, non tutto è perduto E’ ottimista, rispetto al futuro di quella che l’«Economist» ha definito l’anomalia italiana?
 «Non esattamente. I problemi sono tanti. A cominciare dalla mancanza di informazione. Gli italiani sono ignoranti e vogliono restarlo. I fischi in sala, modello stadio, ne sono una prova. Hanno paura, provano fastidio ad ascoltare chi porta un contributo di idee. L’altra sera non sono riuscito a parlare di fatti, ho dovuto limitarmi alle battute. Sarebbe bello che prima di accusare l’Economist di essere un giornale bolscevico, la gente andasse a leggersi l’articolo».
 Però su Berlusconi c’è andato giù pesante. E l’hanno accusata di essere un agitatore e un comunista.
 «Pensi un po’. Io comunista. Lasciamo perdere. Il problema è un altro. Quando sento dire da Baget Bozzo, che per inciso ho trovato in evidente crisi di idee, che Berlusconi ha il grande merito di aver interpretato il sogno di Segni e la volontà dei cittadini espressa con il referendum sul maggioritario, regalando all’Italia alternanza di governo e bipolarismo, mi viene la pelle d’oca. Altro che statista. Questo signore ci sta portando dritti dritti in Argentina».
 Scrivo, professore?
 «Scriva, scriva. So ciò che dico e sono documentato, a differenza di altri, a cominciare dal compagno D’Alema».
 Ce l’ha con D’Alema?
 «Sì perché mi ha accusato di imprecisione quando ho detto e scritto che nel 1994 prima e nel 1996 poi, la Camera respinse, anche grazie al voto dei progressisti/diessini, il ricorso contro l’elezione a deputato di Berlusconi, in base alla famosa legge del 1957 che stabilisce l’inelegibilità dei titolari di concessioni pubbliche di rilevante interesse economico. E’ un particolare che la maggior parte degli italiani ignora: non serviva e non serve una legge contro il conflitto di interessi, bastava interpretare correttamente la legge del 1957».
 E invece?
 «E invece dissero che quella legge non era invocabile, perché titolare delle concessioni non è Berlusconi ma Confalonieri e votarono compatti, tranne il deputato Luigi Saraceni. Nel mio libro documento tutto: ho le copie degli atti parlamentari. Io non sono impreciso. E’ D’Alema che o non ricorda, o mente».
 Torniamo all’efficenza del governo. Berlusconi dice che non c’é mai stato governo più efficente e prolifico, in materia di provvedimenti. Lei invece sostiene che alla fine del tunnel si intravede l’Argentina.
 «Berlusconi ha ragione quando rivendica l’efficenza del suo governo. Non ha mantenuto le promesse agli elettori, ma ha certamente ottenuto gli obiettivi per così dire privati che si era prefissato: salvare il patrimonio personale, mantenere intatto il controllo dei media ed evitare la galera. Per ora c’è riuscito egregiamente».
 E l’Argentina? Che c’entra?
 «Trovo numerose e inquietanti similitudini con quella realtà. Nel 1913 gli argentini disponevano di un reddito procapite doppio, rispetto all’Italia. Adesso c’è la fila, davanti ai consolati italiani, per ottenere il visto e rientrare nel Bel Paese. E’ il risultato di una politica fallimentare che da anni ha puntato sul populismo e la demagogia, anziché sulle misure concrete per risanare l’economia... ».
 Berlusconi come Peron, insomma?
 «Beh, i punti in comune non sono pochi. A cominciare dall’idea che le imposte dirette siano inflazionistiche. E’ vero il contrario. Sono le imposte indirette a creare inflazione. Le aliquote Irpef saranno anche dolorose, ma sono intrasferibili e insostituibili, per creare un circolo virtuoso, programmabile e controllabile, tra gettito fiscale e spesa pubblica. In Argentina le imposte dirette rappresentano il 5% del’intero gettito fiscale, ivi comprese dunque le entrate parafiscali, come i contributi sociali. In Italia per ora siamo appena un po’ sopra il 30%, una decina di punti in meno rispetto alla media europea, chè del 40%. Con l’evasione che dopo le ultime trovate di Tremonti, condoni e depenalizzazioni varie, di nuovo in aumento. Del resto, gli italiani saranno anche ignoranti, ma non sono scemi. Se passa l’idea che prima o poi la si fa franca, perché pagare le tasse?».
 Lei, più che un comunista, è uno studioso di Adam Smith, il padre del liberismo, il cultore del profitto ad ogni costo ma nel suo libro lo cita per demolire il berlusconismo.
 «Proprio così. Smith oltre ad essere un economista era un filosofo. E non era affatto fautore del concetto di far soldi ad ogni costo. Anzi. Nella sua Teoria dei sentimenti scrive: “Che c’è di meglio di un uomo in salute, privo di debiti e con la coscienza a posto?”. La ricerca del profitto deve essere tesa a migliorare il reddito, per il superamento della miseria che va di pari passo con lo sviluppo civile e culturale. Ma tutto ciò deve avvenire all’interno di regole certe, altrimenti l’economia si impantana nella corruzione. Se Smith fosse vivo oggi, avrebbe firmato lui l’articolo dell’Economist contro Berlusconi. E verrebbe bollato come un demonizzatore bolscevico dai fan di Berlusconi».
 E magari, se fosse vivo, Smith proporrebbe di puntare su Illy, come anti-Berlusconi, anziché Prodi?
 «Illy è una brava persona. Ciò non toglie che al momento, l’unico candidato possibile resta Romano Prodi. Anche se mi preoccupa il fatto che lo dica anche Cossiga».

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