«La mia Argentina? E' il Veneto»


DOMEGGE DI CADORE. Nome e cognome: Cristian La Grotteria. Età: 29 anni. Luogo di nascita: La Plata, Argentina. Professione: calciatore, in forza al Padova (C/1). Titolo della storia: un emigrante povero che ha salvato madre e tre fratelli dalla fame, tirando calci ad un pallone.
«Una parte di quello che guadagno finisce a casa mia, tutti i mesi, oltreoceano. Succede da quando un bel giorno, all'improvviso, mio padre Vito, calabrese di origine, decise di andarsene, lasciando mia madre Lucy e i suoi 4 figli, io compreso, senza più un pesos. Il resto dei soldi serve a me e ad Antonella, la mia compagna. Viviamo insieme in una bella casa a Canizzano, alle porte di Treviso. Ce la siamo comprata. Nel giugno 2004 ci sposeremo, e chissà che non riesca a coronare un sogno, portare la mamma in Italia, magari proprio a Treviso, vicino a noi. Lei, mio fratello Martin, che oggi ha 22 anni, e le mie due sorelle, Miriam Lorena, ventenne, e Cecilia Soledad, che ne ha 17. Sono ancora tutti laggiù, a La Plata, e aspettano sempre mie notizie».
L'Argentina ricca.E' un bel ragazzo, Cristian, capace di far girare la testa a tante donne, anche se tra lui e Antonella, che è più vecchia di tre anni, parmense di nascita, laureata in Lettere e dipendente di un colosso sanitario come la Johnson & Johnson, il legame è solidissimo, anzi è stato la «molla» decisiva per indurlo a trasferirsi da Palermo, dove giocava dal 2000, a Padova, accettando anche di scendere di categoria, dalla B alla C/1. Capelli lunghi scuri, cosi come gli occhi, lineamenti tipici del «gaucho», altezza da granatiere (187 centimetri per 71 chili, dichiara la sua scheda). Ma per arrivare dov'è arrivato ha patito tanto, toccando con mano le contraddizioni e i dissesti, politici soprattutto, della sua patria, oggi alle prese con una gravissima crisi economica. «Chi sono i La Grotteria? Una famiglia come tante di italo-argentini, con base a La Plata, una sessantina di chilometri da Buenos Aires - inizia cosi il suo racconto Cristian - Dalla Calabria i miei nonni si erano trasferiti con i loro tre figli, fra cui mio padre, negli anni '55-60. In quel momento l'Argentina era ricca, quasi un Eldorado. C'era lavoro per tutti, altro che problemi economici! Mio nonno faceva il postino, e papà, una volta divenuto maggiorenne, trovò impiego in un ristorante. Stavano tutti assieme e tutti lavoravano, anche le due zie, le sorelle di mio padre. Tanto che si comprarono in fretta una casa, vicino al centro. Mia mamma, originaria di Chaco, una regione a nord del Paese, apparteneva invece ad una famiglia numerosissima: 12 figli. Per guadagnarsi da vivere, e dare una mano ai genitori, andò a lavorare in casa, faceva le pulizie e aiutava. I miei si conobbero in un bar di La Plata: lei, donnona di un metro e 80, e papà, un tipo piccolino che le arrivava, si e no, al mento, presero un caffè e li scoccò la scintilla. Ancora oggi, sorridendo, mi dice:"Ma che ci avrò mai trovato, di cosi speciale, in Vito? Mah...". Andarono a vivere assieme, poi lei rimase incinta del sottoscritto. Alla fine, li ho fati sposare io, quando avevo 8 anni: bella cerimonia, nella chiesa di San Miguel, sempre a La Plata. Ero io il chierichetto, quel giorno. Un anno prima era nato Martin, l'unione andava regolarizzata...».
Avvocato mancato.«Sono sempre andato a scuola, e sempre con ottimi risultati in quegli anni. Papà e mamma ci tenevano che studiassi, il mio percorso formativo si è interrotto all'Università, dopo le superiori, avevo frequentato un equivalente del vostro liceo scientifico. Non ero portato per la matematica, ma me la cavavo bene in latino e nelle lingue straniere, francese e inglese. E poi la letteratura. Il personaggio che mi piaceva era Che Guevara: un rivoluzionario che cominciò a fare la... rivoluzione partendo dalla parte più difficile, la gente, e non dal potere». In mezzo a tutto questo, il calcio, sport popolare come non mai nella terra delle pampas, persino più che da noi. «Correvo dietro al pallone già a 4 anni, nella squadra della mia città. Mi portavano dietro lo stesso, nonostante la formazione dei più piccoli fosse composta da bambini che ne avevano almeno 6. Non prendevo mai la palla, però ci davo dentro. Andavo all'attacco, già allora avevo scelto il mio ruolo». «A La Plata sono due le societià di serie A, l'Estudiantes e la Ghymnasia. Mi presero nella seconda, seguii tutta la trafila delle giovanili, poi, dopo un derby vinto, quelli dell'Estudiantes mi avvicinarono chiedendomi se fossi disposto a passare da loro. Mi regalavano le scarpe, mi pagavano i biglietti per il pullman che mi portava agli allenamenti. Avevo 15 anni, mi pareva tutto bellissimo». Studiare e giocare a calcio: un binomio che funzionò per poco, bisognava compiere delle scelte, specie se la prospettiva concreta era di finire in serie A. «Ricordo che quando dissi in casa che volevo solo fare il calciatore mia madre si mise a piangere, e non mi parlò per una settimana. Mio padre non c'era mai, lavorava sempre...».
La famiglia suile spalle.A 19 anni Cristian debutta in serie A, con l'Estudiantes: l'Università è definitivamente cancellata. Ma nel momento in cui aveva ottenuto il massimo, per un giovane della sua età, ecco la «mazzata»: i genitori si separano. «Fu un momentaccio. Io ero grande, i miei fratelli no, e oltretutto Soledad soffre di diabete, aveva molti problemi. Non fu facile venirne fuori, anche per il modo in cui mio padre se ne andò: usci di casa e decise di non passare più nulla, in denaro, alla mamma. Eravamo in difficoltà. Io stavo per firmare il primo contratto di giocatore di serie A, ma intanto dovevo trovarmi un lavoro: perchè occorrevano i soldi per mangiare. Mi presentai ad un supermercato, sempre di La Plata: mi presero. Ma due giorni dopo fui licenziato, avevo rotto una bottiglia di olio. La firma per il club di serie A tardava. Allora, mi decisi: mi trasferii a 700 chilometri da casa, per uno stipendio mensile di 1 milione e mezzo di vecchie lire. La squadra partecipava ad un campionato tipo quello di Eccellenza qui in Italia. Era l'Estacion Quequen: almeno mi diedero vitto e alloggio gratis, cosi i soldi li potevo mandare tutti a casa». Non è finita, ancora. «Dopo 6 mesi il presidente della società si suicida per i debiti. Avevo segnato 11 gol in 14 partite, eppure mi ritrovai di nuovo disoccupato. E bisognava mantenere la famiglia, ormai facevo le veci di mio padre, sparito». Cristian torna a La Plata e si allena per conto suo, sino a quando si trova davanti, nel parco della città, l'Estudiantes, la sua vecchia squadra, che sta facendo footing. A guidare il gruppo c'è Daniel Cordoba, uno dei suoi ex allenatori delle giovanili. Incontro casuale, ma provvidenziale: viene riacquistato dai suoi vecchi colori e disputa 4 campionati di serie A (della durata ognuno di 6 mesi, quindi è come fossero 2 anni da noi). «Andavo in panchina, ma il mister mi buttava sempre dentro, anche per pochi minuti, perchè cosi potevo guadagnarmi il premio-partita» ricorda. Nuova rivoluzione tecnica all'Estudiantes, il ragazzo non rientra più nella rosa, e quelle quattro bocche da sfamare a casa, oltre alla sua, impongono di trovarsi in fretta un altro ingaggio. Ed ecco che approda a San Martin de Mendoza, serie B, a mille chilometri da La Plata. Sei mesi li, altri sei mesi al San Juan, sempre fra i cadetti. Gol ne mette a segno parecchi, ma il carattere, non sempre facile, lo porta a litigare con il senatore, un politico dunque, proprietario della società. «Alla fine, avevo 24 anni, l'italo-argentino Di Lorenzo, agente di calciatori e cantanti, mi informa che dall'Italia gli è giunta la richiesta di una squadra per me. Prima era il Genoa, poi si scopre che è l'Ancona. Gioco 7 partite la prima stagione di C/1, per via di un transfer che non giungeva mai, quindi 28 l'anno successivo. Segno 4 gol e siamo promossi in B. Ma c'è il Palermo che mi sta sotto, e allora via in Sicilia, sempre C/1. E poi la B, con i rosanero, prima di Padova».
I soldi ora ci sono.«Ho patito la povertà, ma sono fiero di essere quello che sono. Non sopporto la mancanza di rispetto, cosi come non capisco il rancore e la rabbia di chi, nato povero, vede il ricco come un'offesa a se stesso. Io mi sono adattato, sono cresciuto in fretta, prendendomi sulle spalle le mie brave responsabilità, e sono migliorato, anche sul piano temperamentale. Tanti, invece, sono cattivi dentro all'inizio, e lo restano anche dopo». «Ora la mia famiglia può respirare, con i soldi guadagnati in questi anni i problemi si sono ridotti. Ma Antonella e io vorremmo portare qui le mie due sorelle e Martin. Cosi, alla fine, anche mamma Lucy si convincerà».
Giustizia corrotta.E l'Argentina di adesso? E queste famiglie venete che vorrebbero tornare in Italia e che la Regione sta aiutando? Che ne pensa La Grotteria? «La svolta c'è stata a Buenos Aires, abbiamo un presidente della Repubblica che pare capace, a cui la gente ha dato e sta concedendo fiducia. Bisogna cambiare i giudici, personaggi corrotti, che hanno fatto solo il male della nazione. In fondo, basterebbe poco perchè la mia è una terra ricca: c'è acqua, c'è petrolio, c'è oro. Purtroppo, oltre ai giudici, anche gli americani ce l'hanno saccheggiata. I veneti? Li capisco, la nostalgia è tanta. E qui si sta bene, perchè io mi stabilirò a Treviso, quindi il destino me lo sono già scritto. Ma vorrei tanto riunirla, un giorno, la mia famiglia. Io, argentino emigrato in Italia, porto gli argentini in Veneto. Un percorso inverso, ma positivo».

dall'inviato Stefano Edel