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di Walter RauhewBERLINOLa resa dei conti tra la cancelliera e il suo ministro degli interni è stata rimandata e l'ipotesi di una crisi di governo scongiurata solo in extremis. Ma a dettare l'agenda politica a Berlino è ormai lui, Horst Seehofer, il ministro pigliatutto e vecchia-nuova star della destra tedesca. Ieri ha «concesso» ad Angela Merkel un ultimo rinvio di due settimane prima di mettere in atto il suo ambizioso piano di contenimento del flusso migratorio. «Al più tardi a partire dal primo di luglio inizieremo con i respingimenti alle frontiere di tutti i profughi che hanno già avanzato domanda di asilo politico in un altro Paese dell'Unione europea», ha annunciato ieri al termine di una seduta del direttivo dell'Unione cristiano-sociale (Csu) a Monaco. Il Masterplan. In origine Seehofer voleva annunciare il suo «Masterplan» sull'immigrazione già ieri, ma alla fine ha deciso di aspettare la fine del Consiglio europeo di fine giugno prima di fare su serio e di mettere in atto uno dopo l'altro tutti i 63 punti del suo programma - dalla chiusura delle frontiere, all'abolizione dei sussidi in denaro ai profughi e alla loro sostituzione con beni materiali, fino alla creazione di centri di espulsione. Un piano che è una vera e propria dichiarazione di guerra alla cancelliera e alla sua politica dell'accoglienza e che, se dovesse entrare in vigore, porterebbe probabilmente ad una spaccatura della maggioranza e ad elezioni anticipate nel Paese locomotiva d'Europa. Alla guida della nuova locomotiva si pianterebbe con prepotenza proprio «Re Horst», per dieci anni governatore della cattolicissima e tradizionalissima Baviera e trasferitosi lo scorso inverno da Monaco a Berlino per diventare la spina nel fianco della cancelliera.Con una missione. «Salvare le sorti del conservatorismo tedesco». Da quando lo scorso 14 marzo è subentrato alla guida del ministero degli Interni, dell'edilizia e della Patria, ad Angela Merkel soffia in faccia un vento ostile. «L'Islam non appartiene alla Germania», ha così tuonato Seehofer già il primo. Poi ha annunciato il rafforzamento dei controlli alle frontiere, l'accelerazione delle procedure di rimpatrio dei profughi respinti, ha licenziato il direttore dell'ufficio federale per l'immigrazione sospettato di aver concesso a mano larga permessi di soggiorno e lo ha sostituito con un suo fedelissimo avvocato bavarese, ha decretato la fine degli accordi multilaterali ed europei a favore di decisioni nazionali e unilaterali. Il punto di riferimento. In pochissimo tempo ha raccolto dietro a sé i principali esponenti della nuova destra populista europea, dall'ungherese Orban all'austriaco Kurz, con cui ha lanciato l'«asse dei volenterosi» per sigillare i confini all'arrivo dei migranti, dal suo collega italiano Salvini, fino a Donald Trump, che con Seehofer condivide un'innata antipatia nei confronti della «Frau Kanzlerin», anche dopo l'ultimo braccio di ferro, quello delle foto diffuse dal G7 in Canada, in cui Merkel sfidava con sguardo e posa autoritaria il presidente Usa. «Il popolo della Germania si sta rivoltando contro la sua leadership, mentre l'immigrazione sta scuotendo la già fragile coalizione a Berlino», ha tuonato Trump su Twitter. Pronto a gettare altra benzina sul fuoco: «Non vogliamo che succeda a noi quello che sta capitando con l'immigrazione in Europa», ha aggiunto. E ha usato la leva della sicurezza dei cittadini: «Il crimine in Germania è in deciso aumento. È stato fatto un grande errore in tutta Europa, consentendo l'ingresso a milioni di persone che hanno fortemente e violentemente cambiato la loro cultura». Seehofer, dunque, sembra sempre più alla testa di un treno conservatore che minaccia non solo gli equilibri di Berlino, ma quelli dell'intera Ue. Se dovesse funzionare, la locomotiva capeggiata dal ministro degli Interni tedesco della Csu, potrebbe essere il pericolo più grande per la leadership di Angela Merkel.©RIPRODUZIONE RISERVATA