«Vicino a me è passata la morte»

VIGEVANOUn selfie gli ha salvato la vita. Andrea Gelo, un vigevanese di 53 anni, ieri pomeriggio era a Londra. Si trovava poco prima del ponte di Westminster, quando il terrorista a bordo di un Suv ha attraversato il centro della capitale inglese seminando il panico e causando una strage.L'imprenditore vigevanese, che gestisce un birrificio e ha alle spalle una grande tradizione famigliare nel settore calzaturiero, ha subito scritto sul suo profilo Facebook che stava bene, tranquillizzando amici e parenti a casa. «Appena torno - dice - accendo un cero al Beato Matteo, che sono convinto protegga i vigevanesi nel mondo. Questa volta mi è andata bene e credo che mi abbia protetto lui. Posso dire di essere vivo per miracolo, perchè mi stavo facendo un selfie con le spalle al Big Ben quando ho sentito un'enorme botta. Poi un altro colpo e subito dopo un silenzio irreale, preceduto dalle urla disperate delle persone ferite. Mi ricordo soltanto un cartello giallo e poi non ho più visto niente, c'era un sacco di polvere. L'unica immagine che ho è quella del Suv che salta sul marciapiede a sei metri da noi. Bastava poco e toccava a me. Poi ho saputo che l'attentatore aveva un coltello. Se avesse avuto una pistola, ho pensato, non ero qui a raccontarlo».Quella che era la tappa di una vacanza, che nei prossimi giorni prevede la visita da un amico a Brighton, si è presto trasformata in una tragedia. «Dopo l'attentato, ho visto la macchina che attraversava tutto il ponte - continua - e poi è scomparsa. Poi ho sentito un colpo e nient'altro. Nel frattempo mi sono girato e, quando ho visto che mia moglie stava bene, ho pensato di dare una mano ai soccorsi. La prima immagine che ho visto è stata quella di una ragazza buttata sul marciapiede sulla quale è probabilmente passata la vettura fracassandole il torace. Lì mi sono bloccato. E hanno iniziato a tremarmi le gambe. Se ci ripenso mi tremano ancora».Subito dopo Gelo ha lasciato i propri dati alla polizia che nei prossimi giorni lo ricontatterà per raccogliere delle testimonianze. «Siamo tornati subito in albergo - dice - e abbiamo iniziato a chiamare a casa. Subito ho telefonato a mio fratello e poi abbiamo tranquillizzato tutti quelli che sapevano che eravamo a Londra. È una città dove vengo spesso, ma dopo quello che ho visto non so se avrò ancora il coraggio di rimetterci piede».Andrea Ballone