«L'amianto ha ucciso anche mia madre»

STRADELLAUn'intera famiglia devastata dall'amianto. Non c'è pace per Massimo Gramegna, 44 anni, a cui il «killer silenzioso» ha portato via la mamma Nella, deceduta martedì notte a 80 anni, dopo aver ucciso il padre Carlo nel 2013 e aver contribuito al suo licenziamento come dipendente pubblico, essendo anch'egli affetto da asbestosi dal 2015. Una vera e propria odissea, che lo ha portato, nel giro di pochi anni, a rimanere senza famiglia e, per di più, senza lavoro. Nella Bruschi è mancata nel reparto di Rianimazione dell'ospedale di Voghera, dove era ricoverata da alcune settimane, dopo un peggioramento delle condizioni di salute iniziato poco dopo Natale dello scorso anno: alla donna, affetta da numerose patologie, era stata riscontrata un asbestosi già alcuni anni fa, che le causava difficoltà respiratorie e la costringeva a dipendere dall'ossigeno. È per questo che ora il figlio vuole vederci chiaro e ha ottenuto che sul corpo della mamma, come già era accaduto per il padre, venga effettuata l'autopsia, che sarà fissata nei prossimi giorni; solo dopo saranno fissati i funerali. «So che l'autopsia significa elevare il lutto all'ennesima potenza - afferma Gramegna -. Ma voglio sapere che cosa è successo a mia mamma, è giusto che si sappia anche per la battaglia che si sta facendo contro l'amianto». D'altronde di battaglie il 44enne ne sta combattendo molte: nel 2013 ha assistito alla sofferenza e alla morte a 72 anni del padre Carlo, dipendente per 17 anni della Fibronit di Broni, scomparso per un tumore ai polmoni, che l'autopsia ha ricondotto all'esposizione ad amianto, facendo ottenere alla moglie la pensione di reversibilità dell'Inail; Gramegna, inoltre, era nelle liste degli ex dipendenti della fabbrica presentate dall'accusa durante il processo Fibronit. «Mia mamma ha lavato per anni i panni di mio padre e anche i miei - aggiunge il figlio -. Purtroppo questo è stato il destino di tante donne che si sono ammalate e poi sono decedute». Anche Massimo ha lavorato per circa due anni in Fibronit come elettrotecnico, prima di arruolarsi nell'Arma, e potrebbe essere stata questa esposizione ad avergli causato una asbestosi con inspessimento pleurico. Questa patologia, sommata ad un morbo ad un piede, che lo ha reso claudicante, lo ha portato al licenziamento per inidoneità alla mansione dal Comune di Castana, dove era impiegato come dipendente: attualmente c'è una causa in corso, ma, ormai da due anni, Gramegna non ha lavoro e non ha potuto usufruire degli ammortizzatori sociali. Ora, così, si trova a vivere solo nella casa di famiglia in via Vescola, con una situazione economica disastrosa: «I soldi della riversabilità di mio padre li abbiamo usati per pagare le cure di mia madre, la mia liquidazione per pagare i debiti e, nonostante mi sia stato riconosciuto il 67% di invalidità civile, non ho diritto alla pensione - spiega il 44enne -. La casa rischia di andare all'asta perché non sono riuscito a pagare le rate del mutuo e ho via qualche soldo proprio per mangiare e pagare le bollette, che ho già dovuto rateizzare. Grazie alla mia famiglia riuscirò a pagare il funerale e la cremazione, ma poi dovrò tenere in casa le ceneri di mia madre fino a quando non avrò i soldi per far tumulare l'urna nel loculo con mio padre». Molti amici gli hanno espresso solidarietà e anche il sindaco di Broni, Antonio Riviezzi, si è reso disponibile per aiutarlo. Nel frattempo, in attesa di tempi migliori, magari con un nuovo lavoro, Gramegna si dedica al volontariato come presidente dell'Associazione italiana esposti amianto (Aiea), sezione Broni-Stradella: «L'essere volontario mi spinge a combattere per gli altri ed è quello che mi hanno insegnato anche i miei genitori - conclude -. Vado avanti per loro e per aiutare tutti quelli che stanno vivendo o hanno vissuto questo calvario». Oliviero Maggi