Il Senato a lezione Pavia insegnerà a scrivere le leggi

Il progetto dell'ateneo pavese si chiama "Le parole giuste, scrittura tecnica e cultura linguistica per il buon funzionamento della pubblica amministrazione e della giustizia" e verrà ufficializzato domani a Roma con la sottoscrizione della convenzione tra l'università di Pavia e il Senato della Repubblica. Si tratta di un'iniziativa che vanta una cooperazione molto stretta tra i dipartimenti di Giurisprudenza, Studi Umanistici, Economia e Scienze del Sistema Nervoso e del Comportamento. I suoi referenti sono la professoressa di Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea Clelia Martignoni e i docenti di Giurisprudenza Andrea Bollani e Elisabetta Silvestri; l'ideatore è stato Dario Mantovani (nella foto), con il suo corso Lingua del Diritto e il contributo dei suoi studenti. Lo scopo de "Le parole giuste" non è solo quello di riportare il linguaggio giuridico nella lingua italiana, ma anche di studiare la storia della letteratura dei suoi testi e i meccanismi psicologici della loro comprensione.PAVIA Addio a pagine di contratti e clausole incomprensibili, moduli dalla compilazione criptica, testi legislativi troppo aulici e verbosi, che fanno passare la voglia persino di leggerli. Domani il rettore dell'università di Pavia Fabio Rugge sottoscriverà con il presidente del senato di Roma, Pietro Grasso, una convenzione di collaborazione tra le due istituzioni per il progetto "Le parole giuste, scrittura tecnica e cultura linguistica per il buon funzionamento della pubblica amministrazione e della giustizia": un'iniziativa nata l'anno scorso grazie al docente di Lingua del Diritto dell'università pavese Dario Mantovani, che intende riportare la lingua elitaria e tecnicistica del diritto alla fruizione comune. Professor Mantovani, quali sono queste "parole giuste"? «Sono tutte le parole che creano l'equilibrio perfetto tra tecnicismo e democrazia del linguaggio. È un dato di fatto che il diritto si esprima con costruzioni grammaticali e termini spesso percepiti dai non addetti ai mestieri come obsoleti e fastidiosamente difficili, perciò noi con questo progetto vogliamo offrire una mediazione per tutti, rinnovare la lingua della giurisprudenza reimmergendola nell'italiano come idioma di cultura. Esiste un rapporto molto diretto tra, ad esempio, le leggi e la vita reale, ma se la gente comune non lo capisce c'è un problema di comunicazione imperdonabile». Quindi cosa farete? «Il punto di arrivo della collaborazione tra la nostra università e il Senato è il master che inizierà l'anno prossimo per formare dei funzionari che siano in grado di produrre testi legislativi in maniera più consapevole. Le parole chiave saranno la lealtà comunicativa e la chiarezza contro l'oscurità, per rendere il linguaggio accessibile. Naturalmente, il problema sarà anche non eccedere nelle semplificazioni, nell'ambiguità e nella vaghezza. La lingua dei giuristi, infatti, è molto tecnica e precisa perché tratta di una materia complessa, elitaria, che allo stesso tempo, però, prende in causa ciascuno di noi ogni giorno. Il tecnicismo è irrinunciabile, ma non dobbiamo crogiolarci in un'eccessiva, e soprattutto gratuita, solennità». Un esempio? «La costruzione della frase "l'appellante chiedeva accogliersi l'appello" viene chiamata da noi uomini di legge "sovraestensione dell'infinito", dando all'infinito, appunto, un valore che nella lingua italiana quotidiana non si darebbe. Viene usata spesso nelle sentenze, ma in realtà non c'è nulla, a livello del significato, che nella proposizione non possa essere riformulato in maniera più intelligibile. Per questo bisogna evitare i vizi dell'autoreferenzialità». Quindi, da domani, crede che si potrà iniziare a parlare di una riforma del linguaggio giuridico? «La definirei più una "manutenzione" linguistica quella che abbiamo in mente. Tuttavia, le ripercussioni saranno importanti. Immagini come sarebbero incoraggiati gli investitori se disponessero di norme comprensibili per i loro investimenti finanziari o per aprire attività. Immagini come sarebbe almeno un po' rassicurata la gente se a sentire la propria sentenza o quella di un familiare non avesse la sensazione di trovarsi in un Paese straniero». Un'agevolazione della lingua porterebbe a un miglioramento della pubblica amministrazione? «Il diritto è un sistema complesso, costituito da strutture predefinite e atteggiamenti mentali che non possono essere cambiati dall'oggi al domani; esso non è solo la formulazione della legge, quindi ci sono molti fattori che non possono migliorare semplicemente attraverso un diverso uso delle parole. Fatto sta che il diritto non esiste se non attraverso il linguaggio e di conseguenza già agire su di esso credo sia un enorme passo avanti. Quindi no, l'università di Pavia non pretende di migliorare l'amministrazione con le famose "parole giuste", ma di sicuro intende utilizzare queste parole per aumentare la partecipazione civile al miglioramento». Gaia Curci