Le centouno primavere del conte Dal Verme

di Roberto Lodigiani wRUINO A lui che non ha mai amato le iperboli, la definizione di «leggenda vivente» forse non piacerà. Ma come non usarla per quest'uomo straordinario, l'ultimo grande comandante partigiano dell'Oltrepo che a centouno anni ancora sfida lo scorrere del tempo, sorretto dalla stessa passione e dallo stesso impegno civile che hanno contraddistinto la sua intera esistenza, passata attraverso le tragedia della guerra e il dovere della Resistenza al nazifascismo? Questo traguardo raro nelle umane vicende, Luchino Dal Verme lo festeggerà oggi a Torre degli Alberi, il feudo avito di famiglia, attorniato dall'affetto della moglie Francisca, del figlio, dei nipoti. Giovedì una delegazione dell'Anpi provinciale guidata dal presidente Tullio Montagna salirà a Ruino per rendergli omaggio; un messaggio di auguri anche dal sindaco Sergio Lodigiani. «Gli dimostreremo la nostra riconoscenza e la nostra stima – spiega Montagna – Luchino Dal Verme è stato un vero interprete della Resistenza come fatto storico per la Liberazione e la pace dei popoli. Uno spirito genuino e disinteressato. Troppo spesso non riusciamo a raccontare e ad esaltare i nostri eroi, è ora di porvi rimedio». Nato a Milano nel 1913, ultimo erede di una nobile casata lombarda che affonda le sue origini nel Trecento, Dal Verme partecipa con gli alpini alle campagne di Jugoslavia e di Russia durante il secondo conflitto mondiale. Rimpatriato poche settimane prima dell'offensiva russa dell'inverno 1942 che travolge i reparti italiani, costretti a una disastrosa ritirata nella steppa gelata, viene sorpreso dall'armistizio dell'8 settembre del '43 al centro di addestramento di Forlì. Riesce con un viaggio avventuroso a tornare in Oltrepo e qui lo convincono a rompere con la tradizione monarchica della famiglia (un nonno era stato precettore di Casa Savoia) e ad entrare nella Resistenza, assumendo il comando delle formazioni garibaldine nelle cui fila ci sono molti militanti comunisti. Nasce così la figura del conte «rosso» (ma Dal Verme non aderirà mai ufficialmente al partito comunista, pur votando sempre a sinistra), alla guida della brigata Casotti e poi della divisione Gramsci che nei giorni di primavera del '45 conduce alla liberazione della pianura, da Casteggio a Milano. «Maino», questo il suo nome di battaglia, non andrà a Dongo per la resa dei conti finale con Mussolini e gli ultimi pretoriani del fascismo. «La guerra era finita, non cercavo vendette», racconterà per spiegare il suo no. ©RIPRODUZIONE RISERVATA