L'accusa: «Condannate Stasi a 30 anni»

dall'inviato Anna Mangiarotti wMILANO Trent'anni di carcere per omicidio volontario, aggravato dalla crudeltà sulla vittima: la condanna chiesta per Alberto Stasi, 31 anni, per la morte della fidanzata 26enne Chiara Poggi. Ieri il procuratore generale Laura Barbaini ha pronunciato la requisitoria, al processo d'appello 'bis' che si celebra con rito abbreviato, calcolando lo sconto di un terzo sulla pena base dell'ergastolo.È la stessa richiesta di condanna avanzata nei processi di primo e secondo grado, conclusi con l'assoluzione. Annullate dalla Cassazione, che ha rimandato Stasi alla sbarra. Nuovo elemento cardine dell'accusa, la foto – mostrata in aula – che mostra le tracce di quattro dita insanguinate dell'assassino (pollice escluso) sul pigiama di Chiara, uccisa il 13 agosto 2007 nella villa di via Pascoli a Garlasco dove viveva con la famiglia. Secondo l'accusa, Alberto Stasi dopo averla uccisa si è lavato le mani nel bagno della casa. L'impronta del killer sul pigiama va infatti «incrociata», secondo il Pg, con le impronte di scarpe lasciate dall'aggressore sul tappetino del bagno davanti al lavandino, e con le impronte di Stasi mischiate al Dna di Chiara ritrovate sul dispenser del sapone liquido. Elementi che collegati hanno portato a sostenere appunto che Stasi – dopo aver assassinato la ragazza, colpendola alla testa con un corpo contundente, forse un martello – e averla buttata lungo la scala interna verso il garage, andò in bagno per lavarsi le mani.Le quattro impronte rimaste a livello della spalla sinistra sono state notate subito dopo il delitto e fotografate. Non si è potuto analizzarle, perché di fatto cancellate da chi ha rimosso il corpo. Il cadavere è stato rigirato, imbrattando di sangue tutta la maglietta ed eliminando i segni nitidi delle dita di chi ha ucciso Chiara. Stasi dice di aver scoperto il corpo di Chiara già morta poco dopo le 13,30 di quel giorno. Secondo l'accusa ha invece ucciso Chiara la mattina, fra le 9 e le 9,30, gettando poi le scarpe, gli abiti che indossava e l'arma del delitto, mai trovata. Lo proverebbero anche, sempre secondo l'accusa, le suole pulite delle calzature che indossava quando è andata a dare l'allarme ai carabinieri. Anche se per vedere il corpo era inevitabile calpestare il pavimento del salotto, chiazzato di sangue. Inoltre secondo Barbaini, nei precedenti processi è stato escluso «un accertamento importante sui primi due gradini della scala, che presentavano grosse chiazze ematiche. Alberto deve averli per forza calpestati, per vedere il cadavere. Inoltre, avrebbe descritto il corpo come lo poteva vedere solo l'assassino prima di lasciare la casa. Con la testa sul sesto gradino della scala– mentre ore dopo, all'arrivo dei soccorritori, era scivolato più in basso. Alberto ha descritto il viso ancora "bianco" mentre poi il sangue è colato dalle ferite, essendo a testa in giù e piedi in alto.» Ancora: Stasi ha «sistematicamente» cercato di ostacolare le indagini, con omissioni che sono andate al di là del diritto di difesa. ©RIPRODUZIONE RISERVATA