Senza Titolo

(segue dalla prima pagina) oltre un decennio fa, aveva cercato di sintetizzare come la globalizzazione, a suo parere, avrebbe investito aspetti di quel futuro che ora stiamo vivendo, fatto di vertiginose interconnessioni. Questa interdipendenza tra grandi scenari e concrete e ben definite realtà territoriali, fortemente connotate nel presente, e radicate in un tradizione che sarebbe impossibile scordare, costituisce la poderosa e fondamentale cornice che incastona ogni "ciborama". Soffermiamoci per esempio sul "ciborama" del riso: la sua cornice è data dai flussi produttivi mondiali, dagli alti e bassi dettati da un mercato globalizzato, dalle importazioni che giungono dall'Estremo Oriente sino a noi e che mettono in difficoltà quanto sta dentro quel "triangolo del riso" che è parte del nostro territorio. Dentro il "ciborama del riso" conta la cornice, definita dai fattori appena elencati, ma poi è determinante quanto è collocato all'interno del nostro "paesaggio del riso": ovvero la qualità del prodotto e la cultura professionale frutto di secoli di specializzazione che qui, da noi, lo ha reso così pregiato. Dentro il "ciborama del riso" c'è la moderna azienda agricola e c'è la cascina così come funzionava quando era la cabina di regia della risaia, c'è l'ambiente dove terra e acque dialogano e ci sono le tradizioni gastronomiche, gli usi, gli aspetti di vita quotidiana che in questo "paesaggio del riso" sono sbocciati e si sono mantenuti nel tempo. Dentro un "ciborama" del cibo è dunque rilevante il prodotto che viene porto al consumatore ma, altrettanto determinante, è la narrazione di tutti gli aspetti che accostati gli uni agli altri, organizzati in un racconto coerente, coinvolgente, efficace rendono immediatamente percepibile come un "paesaggio del cibo" sia uno spicchio concreto di territorio - ambienti, panorami, località - ma anche un tessuto di cultura, comunicazione, ospitalità, qualità gastronomica. E' indicativo come nel nostro territorio, anche se l'Expo bussa alle porte, vengano riproposti secondo vecchi schemi i nostri più rilevanti "paesaggi del cibo". Quali sono i "paesaggi del cibo" sui quali puntiamo davvero? Quale il racconto territoriale al quale si sta lavorando affinché siano sempre più percepibili? E, domanda non irrilevante, prima di convertire i visitatori lontani ai nostri "paesaggi del cibo" quanto li conosciamo noi? Quanto li sappiamo praticare e valorizzare, dentro i confini della nostra stessa provincia? Nelle scorse settimane due quotidiani nazionali hanno dedicato due ampi reportage a altrettanti scorci di "paesaggi del cibo" ambientati l'uno nel Pavese e l'altro in Oltrepo. In uno si raccontava la bella sfida della cascina "Busto di ferro" dove un allevatore caparbio ha riunito le varie tipologie di vacche, a rischio di estinzione, tipiche della tradizione italiana, almeno sino a quando ogni zona selezionava le specie più consone al territorio e al lavoro agricolo da svolgervi. Una diversità che l'omologazione sta cancellando. L'altro reportage parlava di una donna intelligente e determinata, Chiara Onida, e della sua azienda "il Boscasso", a Pometo, dove si producono, dall'allevamento di capre, formaggi che finiscono nei templi della gastronomia lombarda. Quali altri racconti analoghi, da collocare dentro ogni nostro "ciborama", si potrebbero scoprire e valorizzare? I "paesaggi del cibo", servono in ogni tempo ma, in particolare, saranno le bussole su cui si orienteranno i visitatori dell'Expo. Forse è meglio tenerlo a mente e non perdere altro tempo.