Bagno di sangue a Gaza, cento morti

di Maria Rosa Tomasello wROMA Il tredicesimo giorno dell'operazione "Margine protettivo" è il più sanguinoso a Gaza, il giorno che il presidente dell'Autorità palestinese Abu Mazen definisce quello del «massacro commesso dal governo israeliano a Sajaya» e per Hamas è «una nuova Sabra e Shatila», la strage nei due campi profughi in Libano da parte falangisti cristiani nel 1982. I morti sono almeno cento, un numero che fa salire a 449 le vittime tra i palestinesi, tra cui almeno 112 bambini, con oltre tremila feriti, mentre anche Israele conta tredici soldati caduti nella battaglia di Sajaya, per un totale di 18 perdite. Gli sfollati ospitati nelle 49 strutture dell'Unrwa, l'agenzia Onu per i profughi palestinesi, sono oltre 80mila, ma migliaia dormono in strada. Sotto le bombe va in frantumi anche il Centro per l'infanzia "Terra dei bambini" di Um al Nasser, un asilo da 130 posti costruito con i fondi della cooperazione italiana e inaugurato appena due mesi fa. Il bagno di sangue comincia alle prime ore del giorno. Dopo avere annunciato un «allargamento» delle operazioni di terra, l'esercito israeliano lancia un attacco durissimo contro i quartieri di Sajaya e Zaitun, a est di Gaza, che nei giorni scorsi aveva chiesto alla popolazione di sgomberare: migliaia di persone, che non avevano abbandonato le loro case, fuggono terrorizzate sotto i bombardamenti, mentre il fuoco lascia a terra a Sajaya almeno 62 persone. Tra i morti, secondo le autorità di Gaza, ci sono 14 donne e 17 bimbi, sterminate intere famiglie. Muoiono su un'ambulanza un infermiere e un cameraman, uccisi anche la moglie e i nipoti di un esponente di Hamas, Halil al-Haya. Un centinaio i feriti. I vertici di Hamas chiedono all'Onu una commissione d'inchiesta sulle stragi, parlano di «crimine di guerra» l'Autorità nazionale palestinese e la Lega Araba. A Ramallah e Jenin centinaia di manifestanti scendono in piazza contro Israele. Dura condanna dall'Egitto, proteste in Marocco, ad Amsterdam, a Parigi. Ma Israele non arretra: «Completeremo la missione, riportare la pace nel sud e nel centro del Paese» annuncia il premier Benyamin Netanyahu, accusando Hamas di usare i civili come «scudi umani», mentre su Israele in un giorno piovono 80 razzi. Ma il numero enorme di vittime civili allarma l'alleato americano: «Lavoreremo a un cessate il fuoco - dice il presidente Barack Obama a Netanyahu - ma è necessario proteggere i civili, sia a Gaza sia in Israele». «Condanno le atrocità» a Gaza, «Israele si moderi» dice il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon, che oggi sarà al Cairo. «Dall'8 luglio scorso dalla zona di Sajaya sono stati sono stati lanciati da Hamas 140 razzi su Israele» spiega il portavoce militare israeliano, ricordando che il quartiere era stato trasformato «in una fortezza», che con il suo reticolato di tunnel era «una minaccia strategica», e che i civili erano stati avvisati. «È una vendetta per il fallimento dell'offensiva di terra - accusa Hamas - Ma noi continueremo a resistere». È solo per consentire il recupero dei cadaveri nelle strade e l'aiuto ai feriti, dunque, che poco dopo le 10 Hamas chiede attraverso la Croce rossa due ore di «tregua umanitaria», dalle 13,30 alle 15,30. Israele accetta, ma la pausa nei combattimenti non dura. L'esercito accusa i miliziani di non rispettare il cessate il fuoco e annuncia di aver ripreso a sparare per rispondere al fuoco, poi una nuova richiesta e la sospensione delle ostilità viene spostata alle 16,30. Per permettere il trasferimento dei feriti e il transito degli aiuti umanitari, da giovedì è stato riaperto il valico di Rafah, al confine con l'Egitto, unico a non essere controllato da Israele. La riapertura è sine die, informa il Cairo, nei giorni scorsi al centro dei tentativi, finora falliti, di mediazione nel conflitto. ©RIPRODUZIONE RISERVATA